Voci

«A metà strada fra la miseria e il sole». Invito alla lettura

10.03.2021

Questi giorni – ancora, un anno dopo – passano così, come stessero morendo per non morire. O come stessero trattenendo aria, in un’apnea ottusa che vuole immagazzinare quanto più ossigeno possibile perdendo di vista il fatto che nel frattempo non si sta respirando. Questo, allora, vuole essere un invito alla lettura di pagine che sono state una boccata d’aria in questi giorni; sono pagine lette e rilette, ma trovo che sappiano conservare sempre il loro ruvido effetto.
C’è un nucleo pulsante nella scrittura di Albert Camus, un fulcro magmatico che affiora sottile nei paesaggi di Orano, nell’immagine del bagno in mare notturno di Rieux e Tarrou, nel sole accecante che sembra innescare l’omicidio commesso da Meursault. Ma è nella produzione giovanile che esplode pienamente: nella prefazione alla ristampa del 1958 de Il diritto e il rovescio, lo stesso autore afferma di aver scritto quelle pagine tra il 1935 e il 1936, a soli ventidue anni, un’età in cui «uno sa appena scrivere», eppure l’impressione è che ci sia già tutto lì. Una fonte inesauribile che emerge in tutta la sua opera, ma che, a quanto pare, solo verso la prematura fine della propria vita Camus rivalutò, accettando che questo testo ed altri quali Nozze fossero ripubblicati da Gallimard.
Nella lettura di questi scritti giovanili, che oscillano tra il saggio filosofico e la lirica sfuggendo a qualsiasi stretta classificazione in generi, c’è una categoria fondamentale da tener presente, ben illustrata da Franco Cassano nel suo Il pensiero meridiano: la misura. È il segreto accordo tra uomo e natura, l’amore per il cosmo, che nasce però da un fermo, imprescindibile atto di lucidità. Come afferma Cassano, infatti, la misura non si regge su un mero e armonioso equilibrio: vi è insita tutta la contraddizione della condizione umana. È questo il perno su cui si sostiene: la perfetta coscienza che l’uomo ha del baratro che gli si spalanca davanti di continuo. Eppure l’uomo può perdersi in un giorno di nozze col mondo. Nell’immanenza della pura comunione può «accordare il suo respiro con il sospirare tumultuoso del mondo». La sua è quasi una metamorfosi ovidiana: «Ben presto, sparso ai quattro angoli del mondo, dimentico, dimenticato da me stesso, io sono questo vento e, nel vento, queste colonne e questo arco, queste pietre che sanno di caldo e queste montagne pallide intorno alla città deserta. E mai ho sentito, così intensi, il distacco da me e al tempo stesso la mia presenza al mondo.» (da Il vento a Djemila).
Ma, come già da queste poche righe si deduce, l’uomo non è mai annullato o assorbito in qualcosa di astratto e trascendente: queste riflessioni sono sempre accompagnate da un desiderio feroce e smodato di vita, una gelosia che si spinge addirittura verso chi avrà il privilegio di vivere ancora dopo di noi, chi ancora potrà, usando le sue parole, decifrare con la pelle la scrittura del mondo.
Per Camus la misura si manifesta al suo massimo grado, come un’epifania, in un cronotopo ben preciso: la sua infanzia algerina. Ancora nella prefazione a Il diritto e il rovescio: «La miseria mi impedì di credere che tutto è bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnò che la storia non è tutto. Cambiare la vita, sì, ma non il mondo di cui avevo fatto la mia divinità.». Quest’accostamento di povertà e luce si rivela come ciò che più l’ha forgiato: i luoghi che vive da bambino sono nudi, afflitti dalla miseria, ma inondati da un sole esasperante, e questo connubio regala all’uomo una sorta di affrancamento, un atteggiamento che, Camus afferma, lo mette al riparo da alcuni pericoli della sua professione quali l’invidia, il risentimento.
C’è un ulteriore filo conduttore in tutte queste opere, più che un filo direi un movimento, una strada che l’autore aveva ripreso a percorrere particolarmente nell’ultima opera, incompiuta, Le premier homme.
Albert Camus va a ritroso, così come il suo Jacques Cormery. Nel loro moto si intrecciano il piano cosmico e quello individuale: il recupero della radice primaria non è più soltanto la ricerca del padre caduto in guerra, che può rivivere attraverso qualche frammento della memoria materna, bensì un ricongiungimento molto più ampio alla terra, a qualcosa di ancestrale, al primo uomo. Il concetto mi sembra magnificamente rappresentato in un’immagine risalente ancora a Nozze: le antiche rovine di Tipasa, «abitata dagli dei», sono tornate in simbiosi con la natura, i ruderi sono ormai indistinguibili dalle pietre, le piante e i fiori vi germogliano con ostinata grazia. «E come quella basilica sulla collina orientale: essa ha conservato le proprie mura e per un vasto raggio intorno si allineano sarcofaghi esumati, la maggior parte appena usciti dalla terra, di cui sono ancora partecipi. Essi hanno contenuto dei morti; ora vi crescono salvia e violaciocche.».
Un’ultima immagine, che mi aiuta nel difficile compito di mettere in parole atmosfere e sensazioni vaghe che questa lettura lascia addosso: ne La camera chiara, una delle più suggestive fotografie proposte è Alhambra (Granada), di Charles Clifford. A riguardo, Barthes ci parla di un desiderio di vivere in quella foto, in quell’istante che sembra richiamarlo a qualcosa di antico e profondo, qualcosa di già vissuto.
È un canto di sirena che sembra attrarlo, con parole sue, «non so verso quale regione di me stesso».
Ed è a queste stesse, forse troppo a lungo desolate, regioni di noi stessi che alcune letture possono riportarci.

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