Di me e di loro

È una strada di campagna, c’è un albero, è sera[1]. No, quello era ieri. C’è un giardino, ci sono i fiori. Seduto sul trono c’è il gran Kan che mi aspetta. Sono Marco Polo. Sono il gran Kan[2]. No, quello sarà domani. Sono nella mia camera, sono sul letto. Accanto a me la Signora delle Camelie[3], parliamo di lei per non parlare di me. Parliamo di me. Sono solo ed amareggiato questa notte, quindi parliamo dei suoi fiori. Penso che potrei far crescere delle Camelie sul mio balcone, mi renderebbe felice. Non c’è spazio, le Camelie hanno bisogno del giardino. Il giardino è per ricchi, ed anche le Camelie. La signora è andata via. Ma Florentino[4] aspetta il suo amore ed io aspetto con lui. Parliamo della sua attesa, mi distrae dalla mia. Parliamo della mia. Oggi la morte ha smesso di mietere morti qui, questo paese non ha più cadaveri da seppellire. I becchini sono in crisi. Tutti festeggiano, la morte è vinta. Anche la mia lo è. Ora sono vivo e non morirò. Non mi spaventa, perché Saramago l’ha umanizzata ed io ho pietà di lei[5]. Ora mi ha vinto. Domani sarò nel giardino del Kan e parlerò con lui della sua e della mia malinconia, mentre Calvino ci scrive le parti, vinceremo ancora per un istante la mia morte. Poi lui andrà a dormire nel suo giardino, io sarò in camera mia. Chissà se anche lui dialogherà con la sua scomparsa. Io domani lo farò, ci lotterò, ci mercanteggerò. Ancora una volta andrà via, perché i miei occhi saranno stanchi, o perché la ingannerò con qualche ricordo. All’alba non tornerà, la sera si. Ma la sera non mi troverà, perché io sarò insieme al maestro e Margherita[6]. Parleremo di loro. Parleremo di me. Leggo e cerco, ho paura dell’annichilimento. Anche stanotte mi troverà, mi svuoterà con la verità. Ma stanotte ho i piedi di piombo, stanotte non barcollo. Stanotte ho una storia nel cuore, non ho paura di lei. Stanotte ho troppa vita per morire, perché Florentino ha aspettato ed io ho aspettato con lui. Abbiamo parlato di lei, abbiamo parlato di me. L’ho fatto per distrarmi dalla mia morte, ma lui ha parlato di me, a me, ed ora non ho più paura. Tremerò ancora, allora mi alzerò dal mio letto e mi farò raccontare di loro e di me. Lo farò per non pensare, ma ci penserò. Forse qualcuno scuoterà una parte di me, mi emozionerà. Allora avrò sconfitto la morte per un altro giorno. Fra le righe delle pagine imparo a morire. Forse ci vorrà tutta la vita, ma un giorno non avrò più paura del mondo senza di me. Di me senza il mondo. No, non parliamo della scomparsa del mondo, parliamo della mia. Io non esisterò. Non lo concepisco, non lo accetto. Getto la testa nelle pagine per non pensarci. Non è vero. La getto per esiliare la morte dai miei occhi. La getto per cercare risposte. La poggio per cercare sostegno. Forse non riuscirò a farmi coraggio, allora spero che leggerò un libro quel giorno. Se proprio devo morire, prendetemi mentre sono in qualche luogo a parlare di loro e di me. Come da piccolo, fra i palmi di mani affettuose, lontano dalla morte. Adesso, nelle pagine che odorano, sempre più vicino alla vita.


[1] Incipit di «Aspettando Godot», di Samuel Beckett. [2] «Le città invisibili» di Italo Calvino, di cui Kublai Kan e Marco Polo sono i protagonisti. Il loro dialogo si svolge nei giardini del Kan. [3] «La signora delle Camelie», di Alexandre Dumas figlio. [4] Florentino Ariza, protagonista di «L’amore ai tempi del colera», di Gabriel García Márquez. Florentino attende per cinquantatré anni, undici mesi e sette giorni Fermina Daza, la donna che ama. [5] «Le intermittenze della morte», di José Saramago. [6] «Il maestro e Margherita», di Michail Afanas’evič Bulgakov.