Prose

Fine

Quando ero bambina mi piaceva andare a scuola, collezionavo regali per la tua festa che non ti ho mai dato. Tu non c’eri. Non ci sei. A chi mi chiede di te, dico che non ti conosco. Vorrei fosse la verità. Racconto che hai vissuto nascosto e lontano, che nel sogno che è stata la mia infanzia tu eri una figura sfocata e indistinta, misteriosa e incomprensibile e per me affascinante. Mi perdevo nella rassicurante illusione che, seppur distante, tu mi vivessi accanto solo pensandomi, e mi sentivo al riparo dal male. La tua assenza era essenza, trepidazione e desiderio. Respiravo la vita esclusivamente per te, per raccontartela, per spiegarti, un giorno, la gioia che era per me stare al mondo ma, più di ogni altra cosa, per confessarti che la vita avrebbe acquisito più valore e bellezza se vissuta con te. Non avevi un nome – se avessi avuto bisogno di te, non avrei saputo come chiamarti – né un volto – tra tanti non sarei stata in grado di riconoscerti, ma so che avrei avvertito la tua presenza, senza trovarti mai. Non conoscevo la tua voce e tu la mia. Per giorni ho atteso il tuo ritorno, immaginandoti, figurandoci insieme, osservando chi, fortunato, poteva averti. Questa è, forse, l’unica colpa che ti do: avermi fatta crescere nel silenzio e con accanto sempre un posto vuoto. Sei stato il primo segno della mia inadeguatezza, del mio disagio, della vergogna della mia diversità. Era motivo di rabbia l’invidia che provavo per gli altri. Mi interrogavo e mi dichiaravo innocente: non meritavo la punizione di non averti anch’io. Chiedevo spiegazioni ai miei dubbi e ricevevo bugie. Ti scrivevo lettere che non hai mai ricevuto. Quindi ho smesso di pensarti, di scriverti, di sperare. Avrei riempito la mancanza di te con la vita che amavo e mi sarei fatta amare da chi mi raccontava bugie. Avrei amato a mia volta, soffrendo per te. Un tuo ritratto a matita di mano infantile è ancora appeso alle pareti della mia mente stanca. Dovrei strapparlo ora che so chi sei, distruggerlo, bruciarlo. Ora la mia ingenuità mi fa sentire stupida. Il mio amore per te mi fa piangere. Spalle contro spalle, io cercandoti, tu ignorandomi, abbiamo proseguito, allontanandoci. Sarebbe bastato voltarci. E voltandoti avresti scoperto in me te stesso: abbiamo gli stessi occhi. Ho anche i tuoi stessi ricci e alcuni tratti del tuo carattere. La consapevolezza di somigliare a te mi nausea. Io non sono te. Se non avessi stretto tanto forte la mia mano, se le tue braccia fossero state avvolgente riparo per la mia solitudine e non stretta morsa da cui liberarmi, se le tue mani fossero state carezze, non avrei paura di te, né di me stessa. Mi chiedono di te e se provo dolore. Ovunque. E questo dolore è come te: non ha forma e non so chiamarlo. Questo dolore sei tu: subdolo, invisibile, ingombrante. Sei il vuoto dove scelgo di cadere, le ferite che ogni volta riapro, il grido eterno che fa eco nel silenzio. Mi pervadi, mi risucchi, mi divori. Mi corrodi all’interno e fuori mi sciupi. Mi rendi triste, stanca, sofferente. Fuggi e ritorni, colpisci e ti nascondi. Mi chiedono di te e se ti ho perdonato. La verità è che mi fai male ancora. Mi chiedo: cosa ho da perdonarti? Ciò che mi ha fatto o il tutto che non mi hai dato? Non ho nulla da perdonarti, e tu non mi hai mai chiesto e mai mi chiederesti scusa. Io ti dico, anzi, grazie. Quando ero bambina mi piaceva andare a scuola, collezionavo regali per la tua festa che non ti ho mai dato. Tu non c’eri. Oggi ti dono parole, le ultime, che non leggerai. Non ci sei.