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Voci

Frammenti di un discorso sulla poesia nell’era digitale

Chiedersi “che cos’è la poesia?” significa porsi una domanda senza risposta e, alla fine oziosa. Suona e risuona nel vuoto pressappoco come l’analoga questione irrisolvibile: “che cos’è l’amore”. Nell’uno e nell’altro caso ciascuno rischia di rispondere, un po’ come facevano gli interlocutori stuzzicati da Socrate, con il sottolineare un caso particolare: nello specifico, la propria concezione della poesia, il proprio modo di fare versi. Nell’impossibilità di dirimere la questione dell’amore, Roland Barthes ci ha lasciato nel 1977 l’aureo libretto Frammenti di un discorso amoroso nel quale ha collezionato citazioni da scrittori e filosofi, ciascuno dei quali sorpreso a dire la sua. Forse così si dovrebbe fare anche per la poesia. La domanda iniziale presuppone a ben vedere due possibili esiti: uno descrittivo, cos’è stata la poesia, e uno prescrittivo, cosa deve essere la poesia. Due questioni ovviamente embricate, l’una più indecidibile dell’altra, almeno non si voglia fare come Croce e operare un taglio netto, in una logica dei distinti, tra poesia e non-poesia. Ma forse è più suggestivo lo sguardo aperto e spaziante di Walter Benjamin che sapeva muoversi-tra e amare due pratiche teatrali così diverse tra loro e divaricate nel tempo – pur nell’incrociarsi e sovrapporsi delle rispettive opere – come quelle di Hugo von Hofmannsthal e Bertolt Brecht.
Per citare Hölderlin, al quale pure Benjamin dedicò la sua attenzione, l’Hölderlin dell’elegia Pane e vino già riecheggiato da Heidegger, la domanda iniziale potrebbe anche essere nuovamente articolata così: “E perché i poeti nel tempo della povertà?”, quale quello che viviamo oggi: un tempo, ossimoricamente, della povertà e della complessità, una complessità “liquida” che va disfacendosi mentre si tesse, disperdendosi in mille rivoli (per tornare alla metafora acquorea). Già al suo tempo, Hölderlin parlava di Coraggio del poeta e di Vocazione del poeta (nel secondo caso, quel Beruf che ci riporta ad analisi condotte in altri campi da Max Weber). Il coraggio del poeta si dispiega per il poeta tedesco come uno stare con gli altri e la vocazione spingeva a un discorso su dio almeno come tensione tra particolare e universale. Il coraggio della poesia oggi si dispiegherebbe nell’alzare il proprio canto contro la dispersività colpevole della “chiacchiera” corrente (per usare di nuovo un termine heideggeriano).
Eppure è paradossale parlare oggi di crisi della poesia, mai così subdolamente pervasiva come al tempo della sua esplosione social. Nello scorrere le pagine di Facebook sembra di aprire una ininterrotta antologia di poesia migrata dall’analogico al digitale. Una marea debordante di poeti: già Leopardi invitava una giovane interlocutrice ad abbandonare la poesia per la critica letteraria. La (onni)presenza della poesia appare però anche come una resistenza, un cortocircuito nella volgarità che spesso caratterizza i social stessi, una parola diversa nel fiume ininterrotto della chiacchiera virtuale. Ma il resistenziale cortocircuito contiene a sua volta un rischio: se è vero che “il mezzo è il messaggio”, come sosteneva McLuhan, allora i social possono formattare a propria immagine e somiglianza il flusso incessante dei versi. L’altro paradosso è che il genere meno letto – la poesia – è quello più ampiamente praticato. A cavallo tra anni Settanta e Ottanta, a tavola dopo una cerimonia di premiazione, alla mia considerazione che si era forse in troppi a “fare” poesia, una commensale astrologa e poetessa (posso scrivere ancora così, come si direbbe dottoressa o professoressa?) obiettò: “ancora troppo pochi”. E può darsi avesse ragione. Si può prescrivere una sana astensione dalla facitura di versi?
Al di là del diverso livello degli straripanti versi nell’era digitale, non si può non considerare che il bisogno di poesia, la necessità del fare poetico, restino insopprimibili. Proprio ora. La polisemanticità del linguaggio poetico coglie dimensioni del reale altrimenti inattingibili, oltre quella che Adorno e Horkheimer chiamavano “ragione strumentale” chiusa soggettivamente nel perseguimento dei propri personali scopi (e la rivoluzione, per Marcuse, era affare di artisti oltre che di studenti ancora estranei al processo produttivo e al mercato). Platone, nonostante il disprezzo per i poeti, teatralizza la poesia nella ripresa (e trasposizione nella scrittura) del dialogo socratico e con miti reinterpretati o inventati spinge lo sguardo verso dimensioni che la ragione e la filosofia non sarebbero in grado di cogliere. Bruno e Leopardi ritentano la pratica del dialogo nella loro commistione di filosofia e poesia. Hölderlin mette in versi l’idealismo tedesco. Per Schelling, sodale del poeta tedesco (Hölderlin, Schellig e Hegel occupavano la stessa stanza nello Stift di Tubinga), l’arte è il vero organon della filosofia. Nietzsche abbandona il trattato filosofico (in realtà già praticato in modo molto personale) per l’aforisma o il poema tipo Zarathustra: per lui è l’arte – schopenahuerianamente, soprattutto la musica – a cogliere l’essenza della realtà come Wesen in sempre continuo divenire. E, sulla scia di Nietzsche, Heidegger, lettore e interprete dello stesso Hölderlin oltre che di Trakl, Rilke e Stefan George, sonda la poesia alla ricerca del Grund, di ciò che rimane nascosto nel “fondo”. Ma al di là del lavoro sulla Poesie/Dichtung (cioè il genere poetico propriamente detto e l’essenza della poesia in quanto tale) di Heidegger la poesia ha avuto fecondi scambi non solo con la filosofia ma anche con la scienza: in Italia pensiamo soltanto all’ininterrotta poesia di Edoardo Cacciatore, una scrittura che dalla pratica poetica passa a una particolarissima e sconfinata forma di saggismo. Una consapevolezza scientifica da parte di chi fa poesia, ma anche una scienza “umanisticizzata” nel bagno della poesia appaiono sempre più importanti nell’incontro delle Due culture (umanistica e scientifica), come nel titolo del celebre libro di Charles P. Snow del 1959. Ippocraticamente, anche la medicina si incontra con la poesia, non solo nella pratica poetica di molti medici, ma anche nella teorizzazione di una feconda contaminazione di campi tra scienza filosofia e letteratura.
Nella modernità liquida, nella quale sono scomparse le grandi narrazioni capaci di tenere insieme – in unità – la complessità del reale, e nel passaggio dal continuum dell’analogico alle grandezze discrete del digitale (tra bit e pixel), l’intuizione poetica (che rinuncia niccianamente alla assolutizzazione della verità) può linkare le sfaccettature di un mondo complesso e apparentemente disgregato e rifondare in modo diverso la nostra appartenenza a esso, nonostante tutto. Il “pensiero narrativo”, di cui parlava Jerome Bruner, abbraccia e spiega la realtà in modo più completo e il “pensiero poetico”, come già voleva Hölderlin, individua un altrove che abbraccia tutti i viventi. Il poetico è politico.

Il testo è la rielaborazione degli appunti preparatori (poi in parte elusi nel vivo della discussione) per l’incontro del 17 ottobre a Napoli, organizzato presso il centro WeSpace da Vincenzo Crosio, che ringrazio ancora per gli stimoli offerti, così come ringrazio Michele Salomone per le ulteriori sollecitazioni nella stessa occasione.

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