Il vortice e la periferia della Spirale – Cora nella spirale di Vincent Message

Prima che il formalismo matematico ne desse una definizione incontestabile, la spirale ha assunto un preziosissimo valore simbolico nell’arte e nella letteratura. In Spirals la scultrice francese Louise Bourgeois indaga il grandissimo potenziale evocativo della torsione: dodici spirali a comporre uno spettro di emozioni variegate che rievocano il profondo legame che unisce l’enigmatica forma geometrica all’anarchico mondo delle idee.

“La spirale è il tentativo di controllare il caos. Ha due direzioni. Dove si colloca, alla periferia o al vortice? Cominciare dall’esterno è paura di perdere il controllo: l’avvolgimento è serrarsi, ritirarsi, comprimersi fino a sparire. Cominciare dal centro è affermazione, muoversi verso l’esterno rappresenta il dare e l’abbandonare il controllo; la fiducia, l’energia positiva, la vita stessa.”
-L.Bourgeois

Il dualismo Vortice-Periferia diventa una metafora sostanziale, presente in più elementi, che accompagna la protagonista di Cora nella spirale lungo la sua personale discesa nel buio. D’altronde, quando le traiettorie che faticosamente riusciamo a disegnare per la nostra vita si deformano in modo incontrollato sotto l’azione di eventi inaspettati e lo sguardo al futuro inizia a far spazio al gelante linguaggio della rinuncia, non ci resta che fermarci e prendere conoscenza della nostra nuova posizione all’interno del vorticare.
Vincent Message scrive della sofferenza spesso zittita di chi vive nella completezza materiale ed economica e racconta, attraverso l’onniscienza di Mathias, la personale traversia di Cora Salme, giovane donna vittima della crisi economica del 2008.
Edito in Italia da L’orma editore per la collana Kreuzville, Cora nella spirale è il prodotto di un lavoro durato circa 10 anni, dalla prosa elegante e ricercata, capace di spaziare tra un’infinità di argomenti e linguaggi. Cora Salme lavora nel reparto marketing di un’agenzia di assicurazioni, la Borélia, con sede a Parigi, dove vive insieme al suo compagno Pierre e la piccola Manon. Ogni mattina svolge le attività iterative figlie della quotidianità, danzando tra le varie camere di casa mentre, insieme a Pierre, racconta a Manon il mito di Orfeo ed Euridice, divenuto simbolo della loro storia d’amore.
Il lavoro alla Borélia non è quello dei suoi sogni, ma le permette di vivere alle porte di una megalopoli e di assicurare a Manon un futuro dignitoso.
Inoltre, prova una stima viscerale per Édouard, il suo superiore, e confrontarsi con le sue idee pregne di etica e creatività contribuisce a renderle le ore lavorative molto piacevoli e stimolanti.

“Ha amato questa vita in ciò che aveva di ordinario e quotidiano, con tutta se stessa. Poteva forse, in un contesto simile, percepire il pericolo che si avvicinava? Era forse chiamata a ricordarsi che il più sobrio benessere non è necessariamente più longevo delle ambizioni sfrenate? E anche nel caso in cui ce lo avesse stampato in testa, ditemi, voi angeli che ci osservate con distacco dall’alto dei cieli, voi creature degli inferi che vi arrampicate fin quassù per morderci i talloni: sarebbe cambiato qualcosa?”

Le conseguenze del disastro di Wall Street ben presto raggiungono le aziende europee, che si trovano costrette ad attuare un cambio drastico di rotta e mentalità: l’ottimizzazione diventa il mantra dei dipendenti, per i quali il margine di errore inizia ad assottigliarsi pericolosamente. Al rientro dal congedo di maternità, Cora assiste a licenziamenti di massa e alla riprogettazione delle postazioni di lavoro mirate a ridurre al minimo il tempo disponibile per svolgere qualsiasi attività non finalizza ad accrescere gli utili aziendali.
Ventisettesimo piano, centodieci metri di altezza: il suo nuovo ufficio è un’isola fluttuante racchiusa in un cubo di cemento. Rifiuti radicali le si annidano nel cuore, l’onda d’urto generata dal fallimento della Lehman Brothers non lascia via di fuga a nessuno: Édouard si tira fuori da quel groviglio di dispotico utilitarismo e viene sostituito da Franck Tommaso, uomo preda di istinti e incoerenze.
Cora si sente spinta alle periferie di se stessa, inizia a vorticare incontrollata tra le persone che le stanno intorno mostrando lati di sé che sono sempre rimasti inesplorati.

“I corpi sono fatti per questo: cadere senza opporre resistenza. E così il nostro mondo: se non facciamo niente, se non resistiamo, lui fa esattamente lo stesso e va verso il caos. Cade.”

Il decentramento di Cora si concretizza attraverso la conoscenza di Maouloun, immigrato clandestino dal Mali che nasconde dietro il suo sguardo una storia dalla crudezza spiazzante.
I due si conoscono in stazione e condividono le loro passioni: la pittura per Maouloun e la fotografia per Cora.
Maouloun è una persona invisibile, le cui cicatrici non colgono l’interesse di nessuno. Spesso si rifugia nelle cave calcaree nei sotterranei della città, sfugge al mondo reale, e lì dipinge in solitudine paesaggi naturali.

“Cora pensa: allora abbiamo sempre fatto questo, anche nelle epoche più terribili, o forse soprattutto in quelle, abbiamo trovato ripari, grotte in cui nasconderci, scavato sotterranei per proteggerci dalle bombe, dalla paura, dal nemico, e cercato pareti di cui potessimo sfruttare i rilievi e ogni minima porosità per dipingere. Pensa a tutto ciò, e quella storia antica la commuove, ma la fa anche tremare.”

Problemi da ricchi: le preoccupazioni di Cora assorbono una nuova incombente definizione, il senso di colpa inizia a stritolarla come un anaconda la sua preda.
La delegittimazione della sofferenza condanna l’individuo a osservare se stesso dall’esterno, sottraendo al proprio sguardo il prisma filtrante dell’io. Il dolore è potenziale energia che il corpo accumula e mette a disposizione della volontà Schopenhaueriana, manifestazione dell’unico punto di contatto tra fenomeno al noumeno: il conosciuto e l’ignoto. Si abbraccia il buio quando non ci si sente più degni di essere riscaldati dalla luce.
Una concatenazione di avvenimenti consecutivi porta la storia all’8 giugno, rappresentativo per la protagonista, dell’abisso più tetro che abbia mai vissuto: Euridice torna tra le grinfie di Ade e sua moglie Kore e ascolta Orfeo piangere liriche impotenti.

“Il mondo dei vivi è troppo abbagliante, sovraesposto come un rullino bruciato da un tempo di posa eccessivo”

Ciò che ne consegue è una quotidianità tagliata, fatta di sguardi incapaci di orientamento e abbandonati al vuoto, dove anche quel potere naturale e terapeutico della musica si vanifica e l’aria da immettere nei polmoni intensifica la sua viscosità.
Il silenzio dietro cui tutto giace inerme, permette di ascoltare meglio il pulsare delle cellule bagnate, presenti, che chiamano ad un’ulteriore, inaspettata scelta: risalire o restare per sempre.
Risalire, però, significa necessariamente essere disposti a lasciar andare qualcosa. Mathias si dedica alla narrazione con precisione maniacale: rilegge i diari di Cora, li analizza, intervista i personaggi che hanno preso parte alla storia e allena la sua immaginazione per i punti in cui le informazioni non bastano alla ricostruzione. Tramite lui, Vincent Message comunica ai lettori e mette in luce il suo desiderio di fare del romanzo un oggetto dinamico: avvolgere i lettori in descrizioni dettagliate e particolari sensibili per rompere la frenesia nella quale sono immersi, e concedere loro il tempo necessario alla ricerca del loro ruolo all’interno della storia.

“Sogno un mondo dove le vite umane vengano raccontate una dopo l’altra, con un grado di lentezza, approssimazione e ridondanza sufficiente ad ammantarle della potenza del mito.”

Per questo alla fine del romanzo la ricerca dei colpevoli lascia il posto a una riflessione più universale e omogenea, che potrebbe rivelarsi foriera di una rinnovata consapevolezza.