Prose

Ti voglio bene

Quando Faustino si svegliò quella mattina, capì subito che qualcosa non andava. Era un bambino molto fortunato, lui: non si svegliava con una di quelle sveglie da comodino che ti triturano le orecchie, o con la sveglia del cellulare. Lo accoglieva ogni mattina il sorriso della sua dada. Ma quella mattina, quando aprì gli occhi al suono della sua voce, e vide il suo viso gentile e pieno di amore, qualcosa subito gli stonò. L’occhio sinistro della dada era evidentemente guasto; la pupilla si allargava e restringeva ritmicamente con un continuo ronzio, e dall’orecchio della dada sembrò a Faustino che uscisse ad un certo punto una scintilla.
– Come sta il mio topino oggi?
– Bene, dada.
– Hai dormito bene?
– Come un ghiro.
– Forza allora, la colazione è pronta.
Lo accarezzò su una guancia, uscì dalla sua cameretta.
Faustino si alzò, passò in bagno, si tolse il pigiama, si lavò con acqua bollente. Non era una buona giornata. Lo sentiva. Guardava il fiotto di acqua calda dal rubinetto, il fumo che saliva lento, e sentiva che la giornata non era buona. Forse in realtà aveva dormito male la notte prima (ma non gli sembrava).
Entrò già vestito nella sala da pranzo. La tazza di latte e la scatola dei biscotti erano già pronti. La dada zoppicava da un punto all’altro dei fornelli, pulendo. Quando faceva una torsione dell’anca si sentiva un brutto rumore di metallo che striscia.
– Mamma e papà non ci sono?
– Dormono ancora, tesoro. E poi andranno al lavoro.
Si voltò sorridendo a Faustino.
– Stasera li vedrai sicuramente per cena.
Aveva ancora il problema all’occhio, pensò Faustino mettendo tre biscotti nel latte e impugnando il cucchiaio.
Finita la colazione, si alzò e tornò in camera per mettersi cappotto e zainetto. Già che c’era, passando davanti alla porta socchiusa della stanza dei suoi genitori, buttò un occhio. Dentro era buio. Passò oltre, trotterellando verso l’ingresso, con la dada che lo aspettava sorridendo.
– Copriti bene, fa freddo.
– Sì, dada.
– Mettiti la sciarpa.
Faustino fece per andare verso l’armadio, ma si toccò sul collo. Che distratto, aveva già la sciarpa. Se l’era portata in camera il giorno prima.
– Me la sono già messa. Era in camera mia, dada.
La dada ebbe un piccolo sussulto, e poi:
– Mettiti la sciarpa.
– Ce l’ho già, non vedi?
Di nuovo il sussulto, un sorriso un po’ incerto, e poi:
– Mettiti la sciarpa, topino. Oggi fa freddo.
Faustino sospirò, andò verso l’armadio, fece finta di togliere una sciarpa dal gancio e di mettersela attorno al collo. Stavolta la dada sorrise senza sforzo e gli aprì la porta di casa.
Camminarono per venti minuti o giù di lì, da casa di Faustino alle sue scuole elementari. Aveva nevicato da poco. Faustino camminava dritto lungo il marciapiede, seguendo la strada che conosceva bene, mezzo passo dietro la sua dada. Non si voltò mai né a destra né a sinistra. Ignorò i negozi presi a sprangate, le vetrate chiuse da assi di legno, le porte delle case sventrate, i buchi per le strade, le panchine divelte, come se non sapesse che c’erano. I passi suoi e della dada erano gli unici rumori per la strada. Svoltarono l’angolo e arrivarono in vista della scuola. Ultimamente ci andava sempre meno gente, probabilmente si guastavano in casa e non riuscivano più ad uscire. Una trentina di genitori erano chinati su altrettanti bambini, chi aveva un tremore incontrollabile ad un arto, chi mandava scintille dalle giunture, chi perdeva gocce di un liquido nero che a Faustino parve non tanto grasso, ma – il che era più grave – quel connettore neuronale liquido che trasmetteva più in fretta gli impulsi motori. E in effetti molti dei presenti parevano camminare con estrema difficoltà, ronzando come api. Faustino corse a salutare i suoi compagni di classe, fece ciao alla dada – che insistette per baciarlo sulla guancia con le sue labbra gelide – e con i suoi amichetti entrò a scuola.
L’aula della V B stava al primo piano. Erano rimasti solo in tre alunni, Faustino compreso. Non si vedevano più nemmeno tutti gli insegnanti, solo quella di matematica ancora reggeva. Entrò in classe trascinandosi dietro un grappolo di cavi spezzati che le usciva dal gomito destro, le estremità piene di scintille e tremolii. Si sedette: le giunture di alluminio scricchiolarono senza pietà. Forse c’era della ruggine.
– Buongiorno bambini, oggi cominciamo con gli insiemi.
– Signora maestra, l’appello, le ricordò Faustino.
Silenzio.
– Buongiorno bambini, oggi cominciamo con gli insiemi.
Faustino si arrese. L’appello era nel programma della maestra d’italiano, che doveva venire per quell’ora. Già era tanto che la maestra di matematica avesse preso l’iniziativa di andare lei per non lasciarli soli – ma non si poteva chiederle una deviazione troppo forte. E d’altronde erano solo in tre. C’era un’altra decina di bambini seduti ai banchi, in realtà, ma quelli non contavano. Erano tutti spenti da un po’. A chi era saltato via un occhio, a chi un braccio, a chi la testa, chi si era scaricato nel momento di alzarsi dal banco, forse addirittura mesi prima. La maestra riuscì a spiegare senza problemi gli insiemi, ma quando andò alla lavagna per disegnare due insieme in intersezione, Faustino si rese conto che i cavi che uscivano dal gomito erano i suoi tendini sintetici, e che senza quelli – probabilmente saltati via per l’usura – la maestra non riusciva ad alzare il braccio. Provò a sollevarlo per prendere il gesso, il braccio s’incantò a mezz’aria, ricadde. La maestra ci riprovò, con lo stesso risultato. Continuò a provarci per tutto il resto dell’ora. Faustino guardò i suoi compagni di classe, come da programma, attendevano le domande che la maestra non avrebbe mai fatto. E intanto, fissavano il vuoto senza muoversi.
Le altre cinque ore passarono nel silenzio. La maestra di matematica se ne andò e nessuno la sostituì. I compagni di classe continuavano a stare fermi e zitti. Faustino a un certo punto si annoiò e tirò fuori il tablet per giocare. Arrivò l’una, suonò la campanella, e messo il tablet nello zaino uscì dalla scuola per incontrarsi con Stefania, la sua migliore amica.
Si incamminarono mano nella mano verso la casa di lei, dove avrebbero pranzato e fatto i compiti, e forse anche giocato se restava tempo. Stefania gli voleva molto bene (glielo ripeteva spesso) e non smise di chiacchierare da quando si incontrarono fino a quando si misero a tavola. Stefania viveva con sua mamma, che aveva perso metà del suo esoscheletro in titanio per un incidente qualche mese prima, e quindi andava in giro come una massa di circuiti, cavi e lucette intermittenti, e ogni due ore – perché aveva la ventola rotta – si doveva immobilizzare e lasciar dissipare il calore in eccesso. Però sapeva cucinare bene. Arrivarono in tavola due buonissime lasagne. Faustino si buttò sulla sua; Stefania prese la forchetta e mimò il gesto di tagliare la lasagna, prenderne un boccone e mangiarla, facendo muovere la posata a mezz’aria sopra il fumo del piatto caldo.
– Buonissima, commentò alla fine, quando sua mamma le tolse da davanti il piatto che non aveva toccato, e lo svuotava nel cestino.
– Faustino, ti è piaciuta la lasagna?, chiese la mamma.
– Moltissimo, signora Silvana.
– Bene, ho piacere. Sai che se non sei contento tu non sono tranquilla. Così dici alla tua mamma che da Silvana ti danno del buon cibo.
– La mamma ti vuole molto bene, sussurrò Stefania. – Come me.
– Oh, il bene che ti vuole Stefania, esclamò sua mamma, sollevando le braccia ridotte a cavi. – Come fratelli.
Poi si immobilizzò e cominciò a dissipare il calore. Stefania la ignorò e condusse Faustino in camera. Giocarono con i dinosauri di plastica per non so quante ore, facendo finta che i vasi con le piante e i fiori che Silvana le aveva messo sul balcone fossero una giungla mesozoica. A Faustino sembrava di avere già fatto quel gioco, con più o meno la stessa storia e gli stessi personaggi, la settimana prima, ma stette zitto – anche perché non è che se lo ricordasse benissimo. Poi arrivò Silvana a dire che dovevano fare i compiti, e si misero alla scrivania. Ma non c’erano compiti, perché da mesi non c’erano quasi più maestri, e Faustino aveva il diario vuoto. Avrebbe voluto chiacchierare e mangiare biscotti ma dovette aspettare, perché Stefania non sapeva di non avere compiti da fare, e aperto il libro di scienze, calcò sugli esercizi già fatti venti volte le stesse risposte, ogni tanto chiedendo anche a Faustino se l’aiutava.
Arrivò finalmente la merenda – biscotti e panna – e Stefania cominciò a dire a Faustino, senza fermarsi per un’ora, le stesse cose (con minime variazioni) che gli aveva detto mentre andavano a casa: il suo nuovo diario, e il papà che le mancava tanto, e un cartone che vedevano entrambi, e le sue scarpe nuove ma tu sei un maschio e non capisci, e se posso darti un bacio sulla bocca come nei film?
– Va bene.
Faustino rifletté che di solito la chiacchierata del pomeriggio era diversa da quella del pranzo, e pensò che forse il programma aveva difficoltà ad accedere a sezioni specifiche del database per il deterioramento dei file. Stette fermo a occhi chiusi mentre Stefania lo baciava sulla bocca, appoggiandogli le labbra e facendo uno schiocco. Faustino si sforzò di essere emozionato come le prime tre volte, ma sentì l’odore di metallo arrugginito e si distrasse.
Avrebbe dovuto venirlo a prendere la dada, prima dell’ora di cena. Silvana, non a caso, si era messa accanto alla porta, pronta ad aprirla quando fosse suonato il campanello. Passata l’ora, la dada non si vedeva. Stefania però non poteva saperlo, e fece come avrebbe fatto se la dada ci fosse stata: salutò Faustino, dicendogli che si sarebbero visti l’indomani a scuola. Faustino uscì dalla cameretta, si vestì e si rimise in spalla lo zaino, e andò alla porta di casa, dove Silvana aveva aperto alla dada che non c’era, e aveva continuato chiacchierando con una dada invisibile, lasciando gli spazi vuoti per le risposte di lei. Faustino uscì inosservato, e tornò a casa a piedi.
Sul vialetto di casa sua ritrovò la sua dada. Infagottata nel suo cappotto – stava ricominciano a nevicare – era uscita per venirlo a prendere. Ma a pochi metri dalla sua macchina le era saltata via mezza calotta cranica, a occhio e croce per un problema di pressione valvolare, tipico del cranio dove passavano diversi allacci. Si era fermata, immobile, con la mano protesa verso la portiera, il sorriso inchiodato sul suo viso buono, di cui rimaneva solo un quarto, e un rumore insopportabile, come uno fischio acutissimo ininterrotto. Non penso di poter riparare il processore centrale in quelle condizioni, pensò Faustino – sarebbe inutile provarci. Però è la mia dada, pensò ancora entrando in casa.
Suo padre gli venne incontro, lo abbracciò, poi rimase dieci minuti a parlare con la dada che non c’era, rimanendo in silenzio laddove lei avrebbe dovuto rispondere, e poi ricominciando a parlare. Intanto Faustino passò accanto al bagno, ricordò la sensazione di quella mattina, e seppe che quella non era stata una buona giornata, anche se non capiva bene perché. Si mise in pigiama e andò a tavola. C’era solo papà, alto, robusto e con la lunga barba in un tessuto sintetico che si stava scolorendo un po’. Non era più castano, ma biondo cenere.
– Dov’è la mamma?
– È raffreddata, tesoro mio. Stasera non si sente di cenare, è rimasta in camera nostra. Dopo cena le porterai un buon tè caldo col miele, sei contento?
– Sì.
– Luce dei miei occhi. Papà ti vuole tanto bene.
– Anch’io, papà.
– Com’è andata a scuola?
– Bene.
– Sei il mio orgoglio, figliolo.
Gli servì i tortellini alla panna, fumanti ancora. Ci soffiò sopra, perché si raffreddassero un po’, mentre suo padre si sedeva al suo posto a far finta di mangiare la sua insalatona (stava cercando di dimagrire). Muoveva le posate nella cofana tirandole fuori vuote, l’insalata che restava a infracidire sul fondo. Faustino pensò che alla peggio anche stasera se la sarebbe mangiata lui. A metà del primo si sentì male, non capiva perché. Suo padre gli aveva appena detto che era fiero di lui, e che sperava che i tortellini gli piacessero. Faustino rispose di sì, ma non era del tutto a posto. Gli caddero nel piatto due, tre, quattro lacrime. Si alzò di scatto e corse fino alla camera dei suoi genitori. Ma prima di entrare si fermò davanti alla porta.
Era tutta la giornata che qualcosa non andava e lui non era tranquillo.
Era tutta la giornata che aveva voglia di vedere la sua mamma.
Che le due cose fossero collegate?
Bussò alla porta. Gli fu risposto che poteva entrare, ed entrò in punta di piedi nella penombra della stanza, illuminata solo da una lampada sul comodino. La mamma era in vestaglia, sdraiata sul letto, la schiena appoggiata al muro, un libro in mano e una tazza di latte che aveva finito da un po’. Vedendolo, il suo sguardo si illuminò; scese d’un balzo dal letto con assoluta naturalezza, lasciando il libro sul cuscino, e andò ad abbracciare Faustino. La mamma profumava di fiori e di torta di mele, più un’altra cosa indefinibile che per Faustino era odore di mamma e basta. I suoi erano abbracci molto caldi.
– Piccolo mio. Staremo sempre insieme. Come stai?
– Non lo so, mamma. Mi sento strano.
– Come mai, Faustino?
– Non lo so.
– La tua mamma è sempre con te, Faustino. Puoi parlare liberamente con lei, lo sai.
– Ma non so di cosa sto male, mamma, balbettò Faustino, gli occhi pieni di lacrime, affondando il viso nella pancia morbida della mamma.
– Avevi voglia di stare con la tua mamma?
– Sì.
– Mi dispiace di non averti salutato stamattina, tesoro. Come ti avrà detto papà ero un po’ raffreddata.
– Ma ora stai meglio?
– Ma certo. Una giornata di riposo e passa tutto. Domani ti porto io a scuola.
– Davvero?
– Ma certo. Così mi racconti cosa hai fatto oggi.
– Posso anche raccontartelo ora.
– Ora sono un po’ stanca, piccolo mio. Ma puoi stare qui con me mentre mi preparo per la nanna. Se vuoi puoi anche leggermi qualcosa.
– Posso davvero, mamma?
– Tesoro, non chiederlo nemmeno. La mamma ti vuole bene.
– Mi vuoi bene?
La mamma sorrise.
– Ti voglio be
Si bloccò sul sorriso. Un ronzio metallico la percorse.
– Ti voglio bene, Faus
Fece per accarezzargli la testa, ma si bloccò di nuovo. Il sorriso rimaneva identico. La mano tornò dov’era prima.
– Ti voglio bene, Faus
Di nuovo, la mano provò a muoversi, si bloccò, tornò indietro.
– Ti voglio bene, Faus
– Ti voglio bene, Faus
– Ti voglio bene, Faus
Diceva la frase, si inceppava a metà, faceva per muovere la mano, tornava dov’era prima, ricominciava a dire la frase. Si era incantata. Faustino ricordò che la mamma era più complessa degli altri droidi, forse perché era la mamma, e la mamma è importante. Il programma era più sofisticato, il corpo costruito con più attenzione ai dettagli. Ma evidentemente anche lei, come gli altri, iniziava a perdere colpi. Cominciavano un po’ tutti a rompersi, a usurarsi, senza che nessuno avesse le capacità per ripararli. Faustino sapeva trafficare un po’ coi circuiti, ma lì ci voleva un intervento molto più complesso, per cui non aveva né mezzi né conoscenza. In quel momento poi difficilmente avrebbe potuto fare altro, perché si era buttato a terra urlando e piangendo a dirotto, chiamando la sua mamma che non lo sentiva, perché era una cosa.
Sarebbe stato facile per un ragazzo un po’ più grandicello dire: questa non è la mia mamma. Così come questo non è mio padre, questa non è la mia dada, questi non sono amici, maestri, conoscenti – sono oggetti che qualcuno, tempo fa, ha pensato potessero sostituire figure vere (in quel momento evidentemente non disponibili). Oggetti che non possono dare niente più di quello che sono programmati per dare. Ma Faustino non aveva nemmeno undici anni, e quello era il suo mondo da che aveva memoria. Aveva dovuto crederci, che quelli erano mamma, papà, dada, Stefania – o sarebbe morto o impazzito. Aveva dovuto crederci ad oltranza, anche quando guasti, scintille, inceppamenti e ripetizioni gli avevano fatto capire (perché non era uno stupido) che nulla in quell’amore che riceveva era vivo o vero.
Però a tutto c’è un limite, e ora il cervello di Faustino era in sovraccarico. Fino a quel momento era stato per lui come giocare con bambole o pupazzi: io ti dico una cosa e faccio finta che tu risponda, e siamo amici. Ma ormai, a forza di supplire nella sua testa l’amore finto dei suoi droidi, aveva esaurito tutte le sue energie, e si sentiva freddo, vuoto e solo. Non capiva perché intorno a lui fosse tutto fasullo. Non aveva idea del perché fosse stato lasciato lì, né se fosse opera del suo papà e della sua mamma, e nemmeno se ci fossero mai stati un papà e una mamma.
– Ti voglio bene, Faus
– Ti voglio bene, Faus
– Ti voglio bene, Faus
Sempre piangendo, con gli occhi gonfi e ululando, uscì dalla stanza, superò suo padre che stava lavando i piatti, si chiuse alle spalle la porta di casa. Aveva le guance bollenti per il gran pianto, e tanto più doloroso fu lo schiaffo del vento gelato e della neve che cadeva a fiocchi nel giardino. A piedi nudi e in pigiama Faustino camminò guardando avanti a malapena, fino alla strada e poi sul marciapiede, nella direzione opposta a quella della sua scuola, frustato dal freddo che pareva volerselo mangiare; aveva dentro una solitudine così grande da non rendersi nemmeno conto che aveva smesso di nevicare e si era andati sottozero. Ore dopo, esausto, in una strada che non aveva mai visto, cadde in ginocchio, si rannicchiò nel buio, sprofondò in un torpore maligno, mentre il suo corpo si spegneva dalle estremità. Sognò la sua dada e i suoi genitori, di carne e pelle come lui, vivi, caldi, che lo tenevano in braccio, e lo portavano con loro in quel luogo magico dove erano andati via lasciandolo lì, quel paese felice dove non esistevano freddo, solitudine e vuoto, ma solo amore.