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Trovo il mio Dio in un buco nero

C’è un grande buco nero lontano da qui; è più grande di questo mare, di quest’orizzonte, di questo sole che è la nostra causa e la nostra sorte. Tanto spazio ci separa, tanto spazio lui percorre, più di quanto farò in vita mia. Più di quell’ora di macchina per venirti a trovare, più di quel volo verso il nord e di quella strada di quartiere che ci sembrava infinita. Tanto tempo durerà, più ancora di questo battito di ciglia che è il nostro amore, di questo mio respiro. È potente, più delle bombe che ci gettiamo, delle piccole esplosioni. Ed è calmo, più di noi che siamo agitati dal nostro stesso miasma. Ha inghiottito molte stelle, più di quante ne abbiano mai viste i nostri occhi. Pensa, più di quelle che vedemmo quando, stesi sull’asfalto, ci perdemmo nell’universo. Se anche le stelle svaniscono, forse è giusto che lo faccia anche io. Sono più sereno quando so che andremo dove vanno le stelle.
La mamma coltivava i fiori una volta; vissi per un periodo fra le Camelie e i Tulipani, e speravo che non sarebbe mai finita. Mi arrabbiavo con i fiori e con il sole, e gridavo “Non appassite!”, “Non scomparire!”. Gridavo, ma il tempo non si fermava mai. Ma sai, lì su il tempo è fermo. Lì un attimo dura in eterno. Lì non saresti andava via, non avresti raggiunto le stelle…
Mi sento solo qui senza di te, eppure penso al buco nero e mi sento meglio. Mi dà speranza, sai? Più di quanta me ne dava Dio. A lui, io e te non abbiamo mai creduto, eppure eravamo sconcertati dalla sua assenza. Penso, amica mia, che ci portassimo il suo vuoto sulle spalle.
Sento che al buco nero potrei credere, quando ci penso sono incerto, la logica non governa più tiranna e lascia spazio al dubbio e alla speranza. Lo chiamano “singolarità” perché può stravolgere le leggi che ci governano, può cambiare tutto. Alcuni pensano che possa essere una porta per altri mondi, per universi in cui tutto è simile e diverso. Potremmo trovare un posto come lo sognavamo insieme, ci pensi? O forse tu sei già lì? Forse io lo sogno e tu lo chiami reale?
Lo immagino, e per un attimo mi sento innamorato. Potrebbe essere una grande avventura, più del giogo del paradiso, del terrore dell’inferno, dell’atroce ripetitività della reincarnazione, dell’inquietudine del nulla e della malinconia di ciò che è eterno. Tutto questo mi ha sempre intimorito, mi ha sempre fatto sentire come in un brutto gioco dal quale non c’è via di scampo. Solo tu mi rendevi sopportabile il pensare. Ma ora sei via, ed io non trovavo la pace da me stesso che nelle mie ore con te.
Alle parole di Cristo: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno.”, ne ho sostituito di più salvifiche: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». A questo riesco a credere, e questo credere non mi annichilisce. Non riesco a pensarti in paradiso, né altrove, ma riesco a pensarti trasformata, da qualche parte nelle infinite possibilità dei cosmi. Riesco a pensare anche a me, al me di dopo la vita, e questo non mi rattrista. Per la prima volta, amica mia, faccio la pace con le mie notti di solitudine; ottengo una vittoria che non è una fuga.
C’è un grande buco nero lontano da qui, ci apre possibilità che non conoscevamo, ci mostra sconfinate meraviglie.
Amica mia, spero che questo non sia tutto un inganno, spero non sia solo il mio cuore che freme di ricongiungersi al tuo; vorrei anche che non fosse soltanto il grido atroce del mio io incapace di morire, che freneticamente scava alla ricerca della sopravvivenza.
Avevo terminato questa lettera con parole di sicurezza per questo nostro avvenire, ma era una bugia e a te non posso mentire.
Non so dove sei, né dove andrò; ma, per la prima volta, io ho uno spiraglio di fede.

Per sempre tuo,
Il tuo amico.