Ecofemminismo e logica del dominio

Tra i femminismi uno dei meno discussi e più attuali è l’ecofemminismo, il quale sostiene che esista una corrispondenza tra la subordinazione delle donne e il degrado della natura, basandosi sulla teoria che ci siano gerarchie ideologiche all’interno della società che giustificano il dominio esercitato da soggetti classificati di rango superiore su quelli di rango inferiore dal punto di vista razziale, di genere, di classe e anche in relazione al prevalere della cultura sulla natura. In questo modo, la società occidentale promuove una logica del dominio che rappresenta il prototipo di ogni disuguaglianza e sfruttamento.
La sovrapposizione ideologica tra il naturale e il femminile si traduce in pratiche storiche e materiali di vera e propria disumanizzazione. Un esempio lampante di questa simmetria oppressiva si ritrova nel linguaggio della conquista e della colonizzazione, in cui i codici verbali applicati alla Terra e al corpo femminile si fondono completamente.
Nell’antichità classica, autori come Seneca, Ovidio e Plinio condannavano fermamente l’attività mineraria, considerandola un abuso contro la “Madre Terra”. Attraverso metafore che assimilavano il suolo al corpo di una donna, questi pensatori promuovevano un’etica del limite, sostenendo che violare i segreti nascosti nelle viscere della Terra avrebbe scatenato la sua rivolta. Tuttavia, tra la fine del Quattrocento e i secoli successivi, l’espansione dei mercati e la necessità di incrementare l’estrazione mineraria imposero un radicale rovesciamento culturale. Per azzerare ogni freno etico e legittimare il saccheggio delle risorse, la cultura occidentale ridefinì la natura: da madre saggia a “matrigna” avara, colpevole di celare egoisticamente i suoi beni ai figli bisognosi. Questa nuova dicotomia servì a naturalizzare la subordinazione dell’elemento naturale, trasformando l’assoggettamento della Terra in un diritto dell’essere umano. Si consolidò così, tra il Cinquecento e il Seicento, un’immaginazione violenta e prevaricatrice, in cui l’atto di scavare nelle viscere della Terra alla ricerca di metalli preziosi veniva equiparato all’addentrarsi nella carne di una donna alla ricerca del piacere. Proprio in quegli stessi anni, l’idea che le donne dovessero essere sottomesse e relegate a un ruolo subalterno venne brutalmente consolidata attraverso il fenomeno della caccia alle streghe. Si trattò di un attacco mirato che distrusse un intero mondo di pratiche femminili e sistemi di conoscenza, i quali avevano garantito alle donne un ruolo di potere e resistenza nell’Europa precapitalistica. Infatti, lo scopo di tale attacco fu la resistenza femminile all’espandersi dei rapporti capitalistici e, in particolare, il controllo delle donne sulla riproduzione. Il fine ultimo della repressione non era punire specifiche trasgressioni, ma eliminare comportamenti femminili fino ad allora tollerati e renderli abominevoli agli occhi della popolazione. Si compì così un cambiamento paradigmatico che sostituì alla visione organica del mondo, che considerava la natura, le donne e la terra come nutrici, una visione meccanica che le degradava alla stregua di “risorse disponibili”, eliminando qualsiasi restrizione etica al loro sfruttamento.
Il meccanismo della dicotomizzazione si regge su dinamiche precise volte a giustificare la sottomissione dell’altro ponendolo in secondo piano, una strategia con cui il dominante nega la dipendenza dai servizi e dal contributo di chi è subordinato, pur dipendendone. Questo isolamento prepara il terreno all’iperseparazione: il superiore esaspera le divergenze ed elimina ogni qualità condivisa con l’altro. In questo modo si crea una distanza radicale, utile al dominante per attribuirsi caratteristiche di superiorità intrinseca. Di conseguenza, si attiva un processo di inglobamento, in cui il sottomesso perde il diritto di autodefinirsi e viene descritto solo in relazione al superiore, diventando lo specchio di una mancanza o di una negatività. Privato della sua identità, l’altro subisce un’oggettivazione totale. Poiché il dominante si sente superiore, smette di riconoscere nel subordinato un essere morale; viene meno ogni freno etico, legittimandone lo sfruttamento. Infine, questo quadro si completa con l’omogeneizzazione, un’azione che cancella qualsiasi differenza interna al gruppo sottomesso: la natura e le donne perdono la propria individualità, venendo ridotte a masse indistinte e categorie globalmente inferiori.1
Il paradosso del dominatore è che la sua identità dipende proprio da ciò che disprezza. La “libertà” del soggetto maschile è in realtà una dipendenza negata. La conseguenza di questa visione è l’alienazione: l’essere umano perde il senso della propria appartenenza al mondo vivente, e la ragione diventa uno strumento di distacco e dominio.
La filosofa Val Plumwood, nel testo Feminism and the Mastery of Nature (1993)2, afferma che il dominio sulla natura è sempre anche autodominio, una forma di repressione interiore. L’individuo che aspira al dominio del mondo deve innanzitutto reprimere la propria corporeità e vulnerabilità, risultando in una soggettività rigida e incapace di empatia. Quest’individuo è il prodotto di una visione che nega la rete di relazioni da cui dipende; dietro l’illusione dell’autonomia si cela una costante dipendenza dal lavoro altrui, dal corpo e dagli ecosistemi. Come alternativa al Sé del dominio, Plumwood propone il concetto di “Sé ecologico” (ecological self), un’identità relazionale, incarnata e situata, capace di riconoscere la propria interconnessione e reciproca dipendenza con il mondo vivente. Ciò significa che l’essere umano non può più proiettarsi come un’entità disincarnata che osserva e domina il mondo dall’alto, al contrario deve riconoscere che la propria coscienza esiste solo attraverso la materia. Questa materialità è il tratto che ci accomuna profondamente a tutti gli altri viventi: se siamo carne e biologia, noi non “possediamo” un corpo e non “abitiamo” la natura, ma siamo corpo e siamo parte della natura. Di conseguenza, violare la Terra o oggettivare il corpo femminile significa ferire la nostra stessa sostanza. Allo stesso tempo, questa identità viene detta situata, poiché ammette che nessun essere umano è un atomo a sé stante, ma si colloca sempre all’interno di una rete di relazioni ecologiche e sociali specifiche. La nostra sopravvivenza dipende interamente dai servizi della biosfera e dalle reti di cura storicamente fornite dalle donne. Riconoscersi situati significa, quindi, accettare la propria dipendenza e praticare un’etica della responsabilità verso il contesto che ci ospita e ci mantiene in vita. In definitiva, il sé ecologico di Plumwood configura un sé-in-relazione. Esso rappresenta il superamento definitivo della disumanizzazione: nel momento in cui l’essere umano rinuncia alla “ragione del padrone” e accetta di definirsi come un’entità incarnata e situata, crolla la giustificazione ideologica che legittimava il saccheggio dei corpi e della Terra. Il dominio lascia così il posto a una coesistenza empatica, dove la natura e la donna cessano di essere uno sfondo da sfruttare e tornano a essere soggetti da rispettare.


1 Cfr. C. Faralli, M. Andreozzi, A. Tiengo, (a cura di) Donne, ambiente e animali non-umani. Riflessioni bioetiche al femminile, Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, Milano, 2014.
2 V. Plumwood, Feminism and the Mastery of Nature, Routledge, London, 1993.