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Che colore ha la malinconia?

“La malinconia è il disordine che cerca la via dell’ordine […] È l’instabile equilibrio tra inganno e verità”.1

Erroneamente associata alla tristezza o usata come sinonimo della nostalgia, la malinconia ha in realtà una connotazione cangiante che muta a seconda del portatore. Certo, c’è chi è più melanconico, nell’accezione del termine che fa riferimento a una condizione psichica di depressione o di profondo scoramento, ma c’è anche chi abbraccia la malinconia come carattere permanente tutt’altro che triste.
Se ci atteniamo alla teoria dei quattro umori elaborata (forse) dai pitagorici e accolta con grande successo fino al ‘700, la malinconia veste il colore nero: la bile nera, difatti, uno dei quattro umori presenti nell’uomo che dominano la sua anatomia, veniva chiamata anche melanconia. Era la sostanza cardine dell’autunno e rappresentava l’età matura, laddove il sangue indicava la primavera e l’infanzia, la bile gialla l’estate e l’adolescenza e il flegma l’inverno e la vecchiaia.
Aurelio Musi, nel suo testo “Malinconia barocca”, riprendendo questa teoria, fa notare che la disarmonia dei quattro temperamenti portava alla malattia: se a prevalere era la bile nera il soggetto sarebbe stato irrimediabilmente melanconico, ovvero depresso.
Dunque, possiamo dire che, alle sue origini, la malinconia avesse un colore terroso, cupo, patologico. A un certo punto però, nel Barocco, la malattia perde la sua radice di “male” e si trasforma in sentimento, in emozione; anzi, nell’Europa del XVI e XVII secolo, la malinconia diventa di moda e abbandona la tinta nera per sfumare nel territorio del blu. Musi addirittura designa una tipologia di malinconia per ogni nazione: «la elizabethan malady come tendenza malinconia dell’inglese, il temperamento malinconico della hispanidad, marchio dell’eccellenza spagnola […], la temperata e ragionevole malinconia francese, egregiamente espressa da Michel de Montaigne».2
È in quest’epoca, tra ‘600 e ‘700, che la malinconia comincia ad essere associata alla tristezza: la credenza che questa sorta di alterazione languida venga dall’abuso di alcool (o dalle crisi di astinenza), che la depressione scaturisca dall’arrivo dei cosiddetti “demoni blu” (i blue demons, o forse, blew demons, come qualcuno sostiene), porta a una romanticizzazione della malinconia come stato d’elezione delle persone dall’animo più poetico e sensibile (Il termine “blues” che fa capo al genere musicale prende il nome da qui).
A questo proposito, grande spinta la diede Goethe, ed il romanticismo tedesco, con “I dolori del giovane Werther” e “La teoria dei colori”. L’autore scelse di vestire il suo eroe sconsolato di blu e fu imitato da tutti i giovani dell’epoca. La malinconia, quindi, non più come scompenso ormonale, ma come modo di stare al mondo, non solo accettato, ma addirittura incoraggiato.
Eleonora Marangoni, in “Proust. I colori del tempo”, dice: «Il blu di Prussia venne inventato a Berlino nel 1704 […] tinta crepuscolare, cupa e introversa, è un colore sordido, intelligente e pieno di rancori sociali (qui citando a sua volta Ennio Flaiano, “Autobiografia del blu di Prussia, Adelphi, 2003».3
Il blu di Prussia è la tonalità di blu usata da Van Gogh per i suoi cieli notturni e da Picasso per le sue figure dolenti (nel suo periodo azul): questo colore richiama subito a una sensazione saturnina, di profonda riflessione, di una malinconia che tende all’afflizione. E dunque dopo il XVII secolo, la malinconia s’intreccia col romanticismo, con la caducità della vita, con la certezza della morte. In questo territorio s’inserisce la credenza che Saturno, per riprendere la teoria dei quattro umori che assegnava alla bile nera questo pianeta, sia il dio e l’astro protettore dei malinconici: pianeta lontano dal sole, freddo, associato alla meditazione e alla predisposizione filosofica, viene preso in esame da Susan Sontag nel suo saggio “Sotto il segno di Saturno”, disquisizione su alcuni talenti dell’arte e della letteratura uniti dal denominatore comune dell’umor melanconico.
Per avvicinarci ai tempi moderni e al ‘900, la malinconia acquisisce un’altra connotazione: si fa risposta alla dilagante industrializzazione e alienazione dell’uomo. Forse è qui che la malinconia comincia a tingersi di grigio, è qui che il blu s’intorbidisce diventando più plumbeo, spento, slavato. Freud ha trattato il tema della melancolia a livello clinico e Massimo Recalcati parafrasa così: «All’origine della melanconia vi è infatti la perdita di un oggetto narcisisticamente significativo al quale la libido del soggetto era vincolata. Ma questa perdita, anziché liberare la libido rendendo possibile un suo nuovo investimento su di un altro oggetto, come avviene normalmente, la fissa su di sé ostacolando la separazione del soggetto dall’oggetto perduto».
E dunque torniamo alla citazione iniziale: la malinconia come sospensione tra inganno e verità, come qualcosa che si è posseduto e non si possiede più.
Oggi la malinconia viene ancora associata al blu: sentiamo spessissimo espressioni inglesi come “blue monday” o “feeling blue” per descrivere quella percezione di mollezza, di incapacità d’azione, di avvilimento (molto meno conosciuta, e a mio avviso più bella, l’espressione francese “j’ai un coup de blues”, tradotto con “mi sento un po’ giù”). Eppure, come ho detto all’inizio, la malinconia non ha connotazioni negative per tutti. Soprattutto l’uomo moderno sembra detenere un animo bipolare, proprio come quello barocco, dividendosi tra «certezza e instabilità, ragione e pazzia, riflessione e tormento, dissimulazione e apparenza […]»4 e dunque la malinconia può scrollarsi di dosso l’etichetta della patologia o dell’abbattimento per riappropriarsi di un certo romanticismo perduto, per definire una predisposizione dell’animo all’introspezione.
Qual è allora l’anatomia della malinconia contemporanea? E che colore ha, se non è più nera né grigia né blu? Mi è capitato di chiederlo ad alcune persone e le risposte sono state piuttosto variegate, ma con una traccia comune lampante: qualcuno mi ha parlato di consapevolezza del dolore, qualcun altro di accettazione dei saliscendi della vita – non rassegnata ma cosciente – altri ancora della magia di guardarsi indietro senza rimpianto. Questa traccia comune è la cognizione esatta e quasi chirurgica del possesso della malinconia come pregio. I malinconici di oggi sono orgogliosi di esserlo, un po’ come i signorotti che imitavano la mise del giovane Werther. Oserei dire che la malinconia contemporanea sia quasi un velo vagamente erotico, che si diverte nel gioco del chiaroscuro. Come la malinconia barocca, quella odierna sfocia nella caducità del sogno e dell’onirico, una strada preferenziale per sfuggire agli orrori della realtà: è per questo che il suo colore non può essere il blu o il nero o il grigio.
È proprio per onorare il regno del sogno che entrano in campo il viola e le sue sfumature: sempre Eleonora Marangoni ricorda che «la versione sintetica di questo pigmento fu scoperta casualmente da un giovane chimico inglese, William Perkin, che nel 1859, quando aveva appena diciotto anni, stava lavorando a un vaccino per la malaria. Perkin cercava di ricavare del chinino dal catrame di carbone; non ci riuscì, ma grazie a quell’esperimento fallito in Inghilterra nacque il mauve».5
Il malva è uno dei colori preferiti degli impressionisti, l’incrocio perfetto tra blu e rosso: laddove il viola canonico simboleggia la regalità, il misticismo, la magia, l’esoterismo, il pentimento, il malva scolora in una tonalità più esautorata perdendo l’aulicità e diventando tessuto di sogno, di nuvole, di conchiglie, di albe e tramonti, di frammenti di tempo chiusi tra il sorgere e il tramontare del sole. Vi sfido ad ammirare un alba color lilla e a non sentirvi malinconici, anche senza ragione.
Se la malinconia del XXI secolo pur trattiene, in percentuali che variano da soggetto a soggetto, un po’ delle sue radici patologiche, legate all’infelicità, e del rimpianto alla Woody Allen per i “bei tempi del passato”, è anche vero che è in corso di trasformazione: da malattia a sentimento fino ai giorni nostri, giorni in cui possiamo ridefinire la malinconia non più come «disordine che cerca la via dell’ordine», ma come «disordine che è contento di essere disordine», come volontario sfasamento tra inganno e verità, perché se la realtà non soddisfa, non resta che costruire uno spazio e un tempo tra i due poli, tra un estremo e l’altro, in cui sentirsi liberi di arrendersi all’introspezione perpetua. Per me, questo spazio e questo tempo – di metamorfosi, di trasformazione del pensiero, di decodifica lenta delle emozioni, di fascinazione erotica e nubilosa – portano il colore viola.


1Aurelio Musi, Malinconia barocca, Milano, Neri Pozza, 2023
2Ivi, p.41
3Eleonora Marangoni, Proust. I colori del tempo, Milano, Feltrinelli, 2022, p. 45
4Aurelio Musi, op. cit., p. 167
5Eleonora Marangoni, op. cit., p.72