Quattro luglio
Qualche giorno fa un amico mi parlava del senso d’inadeguatezza che negli ultimi tempi gli procura la scrittura, del timore di scrivere di cose “inutili”, superflue, anche interessanti, ma fuori luogo rispetto a quanto accade intorno a noi, a quante e quanti sotto i nostri occhi, o meglio, sui nostri schermi, gridano, piangono e sanguinano, morendo. Condividevo la sua riflessione e, mi costa dirlo, la rassegnazione talvolta ha sfiorato anche me che ho assegnato alla scrittura – la mia – un compito strettamente politico e che, a un certo punto, ho deciso che rassegnata non lo sarei stata più. Da quel momento prevalgono la rabbia, il dissenso nelle discussioni a voce alta, e anche a voce stanca, ma mai spenta; ci sono i cortei, le riunioni, gli eventi, le bandiere innalzate al vento ed esposte sui balconi napoletani, le voci e i corpi che spinti dallo stesso sentire, si incontrano e camminano insieme, senza conoscersi: la reazione al “dolore degli altri”. «Che significa protestare contro la sofferenza rispetto al semplice prenderne atto?», si chiede Susan Sontag, appunto, in Davanti al dolore degli altri. La risposta che mi sono data non ha la pretesa di essere giusta e universalmente valida, solo sincera rispetto a cosa penso e vivo. Significa schierarsi, innanzitutto. Prendere posizione, scegliere da che parte stare, difendere chi non può farlo anche se non ci può ascoltare, anche se è morto ammazzato, soprattutto perché è morto ammazzato. Boicottare, protestare, lottare. E capire, studiare. Esercitare il nostro privilegio occidentale, se crediamo di poterne fare qualcosa di diverso che non sia opprimere e uccidere.
Raccontare, testimoniare, è ciò che di più sovversivo ho il potere di fare in questo momento. Da studentessa di Lettere che le parole non soltanto le usa ma le studia, che ha compreso che la lingua non è statica e astratta ma si muove, vive e muta piegata ai nostri intenti comunicativi, mi sono interrogata sul significato di alcune parole. Se c’è ancora chi dubita o nega che quello in corso sia un genocidio, non conoscendo o ignorandone il significato, io sento di avere pieno diritto di dubitare del significato di certe parole: democrazia, diritto, giustizia, libertà. Non riesco ancora a dare una risposta che non mi sembri raccapricciante a una domanda che un’altra persona amica mi ha posto a pochi giorni dal bombardamento iraniano su Tel Aviv: «Che reazione hai avuto quando hai saputo?». Ho scoperto, con vergogna, che ci sono parole che non hanno più niente a che fare le une con le altre, che “giustizia” non ha più a che fare con “empatia”, che la sete, il desiderio, no, anzi, la pretesa che il popolo palestinese riceva giustizia può anche passare sopra la morte di altri esseri umani se questi sono carnefici e oppressori. Con vergogna ho ammesso che no, non ho provato pietà né dolore, che non mi è dispiaciuto e che, in fondo, neanche troppo in fondo, mi ha procurato uno sporco, vile piacere. Ho detto che era ora, che se lo meritavano; ho preso coscienza, ancora con vergogna, che da qualche parte ho perso un pezzo della mia umanità che la guerra e i tempi che stiamo vivendo mi hanno strappato. Devo fare i conti con la mia umanità che, come la lingua, è mutata di aspetto e di senso, un’umanità mutilata e parziale di fronte a una ben più deplorevole umanità assente.
Per questo numero di Kairos avevo preparato una breve prosa, un racconto, un testo su un’altra romanziera che amo. Si trattava solo di scegliere, invece sono qui a scrivere un altro testo che neanche so cos’è: non è un racconto, non è una poesia, non è un saggio, non è classificabile. È il quattro luglio e come sempre sono in ritardo sulla consegna, di questo scritto che non so cos’è la rivista forse può fare a meno, ma a me aiuta. In questa camera in penombra scrivo, studio per l’esame di Storia Contemporanea che più vado avanti e più mi inquieta – ha ancora senso studiare le guerre mondiali mentre assisto a un genocidio? –, soffro un caldo anomalo di cui, di nuovo, si nega o si ignora il pericolo. Il pianeta brucia, per il cambiamento climatico, per i bombardamenti, per entrambe le cose. Mentre noi occidentali ci giriamo e rigiriamo sulle sdraio come spiedini e possiamo trovare refrigerio nelle acque cristalline delle nostre coste, da qualche parte nel mondo, in Palestina, donne e uomini sotto il sole e tra le fiamme muoiono e bruciano insieme alla loro terra.