Specchi

Ti ho vista. Tu non lo sai, ma ti guardavo di nascosto tra leggii e partiture. Ti ho vista commettere lo stesso errore suo. Un gesto normalissimo per una clarinettista come te: ammorbidire l’ancia con la saliva, tenendola in bocca come lo stecco di un gelato che non ci si rassegna ad aver finito. Facevi finta di raccogliere qualcosa dalla borsa sotto la sedia e perdevi tempo a frugare, ad allacciarti le Doctor Martens, ad aggiustare la linguetta contro lo stinco. D’altronde, cosa pretendi da uno che alla prima comparsa si presenta usando la parola “io” cinque volte al minuto. Da direttore d’orchestra, ci aspettavamo una persona più abituata a trarre piacere dall’ascolto altrui, più che dalla propria voce. Non è solo narcisismo, no. È soprattutto arroganza, quel tipo di arroganza che ti mette dentro rabbia o umiliazione. O forse tutte e due.
Ti sei abbassata, sei sfuggita alla sua vista. Per questo penso che hai sbagliato. Ti ha affibbiato un ruolo e tu, in qualche modo, l’hai accettato.
È entrato nella sala prove con passi lunghi e silenziosi. Agitava la bacchetta, non per dirigere ma per gesticolare meglio. Tu lo guardavi dalla prima fila, avevi il capo appena sollevato, mettevi sempre la stessa ciocca dietro l’orecchio. Il mascara si reggeva ancora bene sul contorno dei tuoi occhi.
Lui guardava un po’ tutti, avido di leggere un riscontro sulle nostre facce. Ho subito pensato che deve essere un individuo che si innamora continuamente, ogni giorno, tutte le volte che passa accanto a uno specchio. Ma oggi il suo specchio siamo stati noi: perché mai una banda di paese dovrebbe ingaggiare un famoso direttore d’orchestra sinfonica dall’onorario proibitivo per vincere un concorso musicale a tutti i costi? Non è anche questo narcisismo?
Tu lo guardavi, dal basso verso l’alto, mentre lui si lamentava del podio troppo angusto e ci passava in rassegna come un colonnello che ispeziona il plotone: trovare un difetto nei soldati è appagante, trovare un subordinato troppo perfetto infastidisce. L’ho visto, quando poi finalmente si è soffermato sul tuo volto. Gli è scappato un accenno di sorriso, una smorfia soffocata, a metà tra il dolore e l’insofferenza. I tuoi occhioni si sono spalancati, come a confessare chi fosse la preda nel nuovo gioco di potere. Lui ti ha indicata, ha ripetuto il tuo nome a voce alta, al limite della volgarità, e ti ha chiamata a sé per avvicinare la sua bocca al tuo orecchio. Ristabiliva pubblicamente i ruoli, con quella scena: chi comanda e chi obbedisce.
Quando uno specchio non riflette, o ti restituisce un’immagine che non ti piace, hai voglia di mandarlo in frantumi. Io lo so cosa ti ha sussurrato: l’ho capito dal modo in cui sviavi lo sguardo, che sapeva di trucco appena sbavato come una vergogna che si prova ingiustamente.