Prose

Autunno

All’inizio non pensavo sarebbe arrivato anche il mio turno.
Per anni mi ero come abituato alla malsana idea di essere immune a questo strano processo che prima o poi colpisce chiunque.
A prescindere che lo voglia o meno.
Tanto decide lei per te, con la L maiuscola.
Mica tu, sarebbe illusorio e pretenzioso prevedere i numerosi volti che solo il tempo ti farà incontrare.
Porta un nome strano e assai diffuso tra i libri di medicina.
Di primo acchito non ti sogneresti mai di approfondire la sua natura, perché semplicemente ne neghi l’esistenza.
Finché un giorno non sei costretto a fare i conti con un’immagine nuova che lo specchio si diverte a incollarti addosso; mattina dopo mattina.
E per quanto possa architettare ogni tipo di espediente per celare la sua gelida carezza, ti scopri inerme e con mille pensieri.
In grado di recidere l’ultimo ponte, di relegare le tue certezze in un passato che credevi non mutasse mai in un futuro.
Convinto che il presente con la P maiuscola fosse infinito.
Lo specchio mi infastidisce. Le dita vere e proprie lame che al solo contatto con la pelle rischiano di lacerare più a fondo le mie nuove insicurezze.
Il volto verità assoluta, innegabile certezza che ogni organo del corpo è stato catturato da una logica incomprensibile eppure troppo concreta.
Mentre gli occhi si posano sul quel nuovo me resto immobile, in piedi.
A pugni chiusi stringo qualcosa a cui aggrapparmi e che puntuale scivola via, quando invece non faccio altro che annaspare. Perdere la presa.
Così mi accorgo che è proprio Lei ad essersi appiccicata a me; con invisibili gambe avvinghia il mio essere in un abbraccio eterno e fatale, facendo di me una lancetta pronta ad assumere nuove geometrie in uno spazio ed un tempo in cui non potrò più scegliere il flusso dei movimenti.
Tantomeno le direzioni che gli occhi non hanno ancora visto, ma che il mio corpo sa già dove condurranno.
Perché per quanto mi illuda di possederla è lei al contrario a possedere il mio respiro, il mio ritmo. Un solo e universale copione.
La sincera mitezza con la quale si è palesata stamattina si scontra con la mia futile e ingenua incredulità, così acerba da farmi credere che l’opera si sia già conclusa.
“Perché non può continuare così per sempre, non credi?” dico a me stesso con un sorriso scemo stampato sulla faccia solcata dalle prime rughe e denudata nelle tempie: dove le prime tracce di alopecia hanno lasciato un vuoto difficile da colmare.
Quasi a volermi dire che vivere equivale a cadere, come le foglie in autunno che attratte dalla gravità della terra poggiano il proprio vissuto sul suo grembo, in attesa che la loro bellezza spinga qualche passante a raccoglierle.
“Mi sono sempre piaciute, custodiscono una forma simile a quella delle stelle” confesso al mio nuovo me che con occhi stralunati mi fissa dall’altra parte dello specchio.
Senza che me ne accorga le dita si fanno più morbide, aprendo le mani su un mondo che ho paura a toccare anche solo col pensiero.
I miei occhi si chiudono, lo sguardo cattura strani ramoscelli che prendono vita sui polsi e lungo le caviglie. Sono tra il marrone e l’arancio, decisamente autunnali.
“Ma questo non sono mica io” farfuglio tra me e me, mentre petto e corpo assumono le sembianze di un albero spoglio; fatto di rami secchi.
Sento pervadermi da un’immobilità che non cerco in alcun modo di contrastare, lascio che si muova rendendomi pesante; inerme e prossimo alla resa.
Finché una lacrima antica si deposita alla radice dei piedi, seguita immediatamente da un’altra e un’altra ancora.
In questo istante riesco finalmente a piangere permettendo all’acqua di restituire la vita che semplicemente avevo dimenticato essere fluida in ogni parte di me.
Senza la quale non potrei tornare a sbocciare.