Io So e muoio. Pier Paolo Pasolini: l’intellettuale esiliato dalla Storia

Il 12 dicembre 1969 a piazza Fontana a Milano una bomba sventra una sede della banca dell’Agricoltura, muoiono 17 persone e 90 restano gravemente ferite. È la prima strage di Stato, l’incipit della strategia della tensione.
La “strategia della tensione” era una politica segreta di sovversione dell’ordine democratico che mirava a destabilizzare l’Italia attraverso la violenza stragista e la manipolazione dell’opinione pubblica. Il fine ultimo era il contrasto ai movimenti di sinistra e al Partito Comunista Italiano, mirato a provocare soluzioni autoritarie e repressive. La tecnica operativa consisteva nel causare attentati contro la popolazione civile per poi attribuirli all’estrema sinistra così da generare un clima di paura e insicurezza, al fine di disattivare le lotte studentesche del ’68 e le conquiste operaie dell’autunno caldo del ’69. Il clima di terrore tendeva a persuadere l’opinione pubblica della necessità di leggi più autoritarie e di un governo maggiormente repressivo.
All’attuazione della strategia della tensione partecipavano pezzi dei vertici dello Stato italiano, una parte importante dei servizi segreti italiani e delle altre forze di polizia, nonché la CIA americana, il cui governo avallava pienamente la sovversione, la massoneria deviata, i gruppi neofascisti e la criminalità organizzata, oltre a diversi organi di informazione pubblica. In pratica lo Stato trucidava i suoi stessi cittadini per “convincerli” a invocare il fascismo. Questa pratica ideologica aberrante e le conseguenti azioni criminali si stagliavano nell’orizzonte internazionale della Guerra Fredda e, in Italia, furono accompagnati anche da due tentativi di colpo di stato, il Piano Solo del 1964 e il Golpe Borghese del 1970.
Gli attentati di maggiore violenza causati dalla strategia della tensione sono stati: Banca dell’Agricoltura, di cui si è detto; 22 luglio 1970, bomba sul treno nella stazione di Gioia Tauro sei morti e sessanta feriti; 28 maggio 1974, durante una manifestazione sindacale in piazza della Loggia a Brescia una bomba nascosta in un cestino portarifiuti dilania otto persone e ne ferisce oltre cento; 4 agosto 1974 una bomba esplode su una carrozza del treno Italicus, nei pressi di San Benedetto Val di Sambro, dodici vittime e centocinque feriti. Insieme a questi eccidi «dal 1969 al 1975 si contano 4.584 attentati, l’83 percento dei quali di chiara impronta della destra eversiva (cui si addebitano ben 113 morti e 351 feriti), la protezione dei servizi segreti verso i movimenti eversivi appare sempre più plateale».1 Questo decennio di sangue si chiuderà nel 1980 con l’attentato alla stazione di Bologna, 85 morti e 200 feriti. Misteriosamente la strategia della tensione si spegne.
Il 14 novembre del 1974 Pier Paolo Pasolini pubblica sul «Corriere della sera» Cos’è questo golpe? Io so.2 In quello che sarà uno dei suoi articoli più incisivi, Pasolini interviene sulla tragica e oscura attualità con l’inconfondibile pathos civile, per denunciare, a petto nudo, in mezzo al silenzio colluso, i misfatti stragisti del potere, le sue trame criminali, la sua irredimibile puzza di morte.
L’autore afferma di conoscere i responsabili del golpe, della strage di Milano e di quella di Brescia, gli ideologi e gli esecutori, “i neofascisti”. Egli sa i nomi di coloro che «con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno dato le disposizioni e assicurato le protezioni politica a vecchi generali, a giovani neo-nazisti e criminali comuni».
«Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi». Dunque Pasolini sa ma non può provare, non gli spetta, non è la sua funzione; egli è un intellettuale è deve innanzitutto denunciare, urlare dove c’è l’omertà, svelare dove si ammanta il buio della menzogna e della dissimulazione. Solo un intellettuale può farlo, deve farlo, per necessità etica e per statuto di libertà: «A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale».
Lo scritto è una invettiva dai toni danteschi, tipicamente pasoliniana, volutamente ingenua in termini storiografici (non cita con precisione fatti, date) ma poderosa nella dimensione intellettuale. Qui Pasolini ragiona del Potere, affonda il bisturi nella parte cancerosa, risale alla genealogia del male, osserva le metastasi ramificate e parimenti discute della funzione dell’intellettuale in relazione alla Storia, del suo naturale anelito, che è anche un dovere costitutivo, a schierarsi, a svelare, fino allo scontro, fino alla deflagrazione esistenziale. La prospettiva critica di Pasolini contiene anche stille di lucida disperazione: la consapevolezza della irrilevanza dell’intellettuale nel tempo del potere pervasivo della società capitalistica; questi può solo scegliere tra essere servilmente cooptato o destinarsi alla libertà pagando la pena capitale dell’irrilevanza. L’artista è un marginale, ha perduto la baudelairiana “aureola”, nella sua figura non vi è più sacralità ma solo martirio.
L’eretico Pasolini preconizza in Io so lo sgomento degli intellettuali di fronte alla propria inconsistenza civile, la dolente consapevolezza di sapere di non poter più incidere sulle dinamiche della storia; il potere non ricorre neppure alla censura (Pasolini scrive sul giornale della buona borghesia italiana) bensì abbandona l’intellettuale all’oblio della narcotizzata società di massa; l’artista è il predicatore folle nel deserto umano, destinato a morire di delirio e di verità.
Pier Paolo Pasolini intuisce anche i “sentimenti” dell’intellettuale moderno di fronte all’orrore della storia e alle pratiche abiette del potere: l’impotenza, la rabbia, la frustrazione, il tormento, la colpa (!), che si coagulano nell’alienazione dalla sua stessa funzione primaria e civile.
Resta il valore della testimonianza, l’ostinazione irriducibile ed “eroica”, l’integrità assurda e pura; restano i conati velleitari e sussultori alla ribellione, all’impossibilità del compromesso degradante, l’istinto alla lotta che diventa etica.
Oggi noi sappiamo e abbiamo anche le prove; noi “vediamo” in tempo reale le infamie del potere, ci sfuggono forse le dinamiche occulte ma dei crimini delle élite sappiamo e abbiamo le prove. Non possiamo dichiaraci ciechi e innocenti davanti a Gaza, né dirci inconsapevoli di fronte alla protervia impunita dei massacratori contemporanei, di coloro che si sentono padroni del mondo e della vita; eppure dal martire Pasolini siamo transitati alla strega Francesca Albanese, l’intellettuale resta ignorato, beffeggiato, solo.
Il Potere sceglie sempre l’oltraggio, ormai alla luce del sole, come Pier Paolo ha insegnato a tutti noi, che ancora non abbiamo saputo imparare.


1 Tribunale di Savona, ufficio del giudice per le indagini preliminari, Decreto di archiviazione procedimento penale 2276/90 R.G., pp. 23-25.
2 Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo golpe? Io so, in «Corriere della sera», 14 novembre 1974.