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Voci

Like a rolling stone

La recente ribellione seguita alla morte di George Floyd ha profondamente colpito l’opinione pubblica. In tutto il mondo si sono viste manifestazioni in solidarietà alla lotta anti-razzista portata avanti dal popolo americano, nero, latino e, parzialmente, bianco. Non il singolo poliziotto razzista, bensì il sistema nella sua interezza è stato messo sotto accusa. È stato scoperto che il sistema stesso può funzionare unicamente opprimendo quelle “minoranze” che esso stesso crea. La solidarietà internazionale ed interraziale dimostra che nessuna differenza di colore regge di fronte alla comune esigenza di liberazione da una società che si regge solo dividendoci, isolandoci, dominandoci.
Curiosamente, affianco alla solita, stupida stigmatizzazione delle risposte violente alla violenza della polizia americana, sono stati gli assalti alle statue ad aver colpito i mass media italiani, di solito insulsi nel seguire le beghe misere dei commedianti dell’arte nostrani. Qui da noi ha fatto più notizia l’abbattimento della statua di Cristoforo Colombo o l’imbrattamento del monumento al fascista Indro Montanelli piuttosto che la morte di decine di migranti nel Mediterraneo. Ce ne dovremmo indignare, certo, ma dietro la loro scelta forse c’è stato il timore, se non l’orrore, di fronte al crollo totale del loro mondo.
Walter Benjamin scrisse che uno dei primi atti rivoluzionari della Comune di Parigi fu la distruzione sistematica di tutti gli orologi della città. Gli operai abbattevano spontaneamente, senza probabilmente aver mai letto Marx, ciò che li rendeva schiavi: il tempo comandato dal ritmo della fabbrica capitalistica. A Londra, oggi, 130 anni dopo, la statua dell’imperialista Winston Churchill viene imbrattata – l’ammiraglio Nelson era troppo in alto – mentre viene lasciata intatta quella del liberatore Nelson Mandela.
I nuovi ribelli, come i vecchi operai, non sono affatto revisionisti storici, né teppistelli depressi. Questa è l’idea che se ne fa una coscienza “borghese”, che deve armonizzare il non-armonizzabile per non vedere la “cosa stessa”. I nuovi ribelli stanno riscrivendo la storia e costruendo la loro storia, e la stanno opponendo alla storia loro imposta da un’intera civiltà: capitalistica, colonialista, imperialista.
La distruzione della statua di Cristoforo Colombo non significa attaccare il navigatore genovese, significa rifiutare spontaneamente, forse di istinto, le ragioni intrinseche di quella scoperta e le origini degli Stati Uniti: la ricerca di nuovi traffici commerciali, che predeterminò il futuro nel senso della distruzione delle terre scoperte piuttosto che dell’incontro con gli indigeni. Imbrattare la statua di Montanelli non significa rifiutare la cultura tout court, ma solo quella cultura pensata in modo tale da avere come suoi esponenti dei fascisti, e affermare che per “cultura” si intende non un’idea astratta, ma una vita antifascista. Sporcare la statua di Churchill, significa protestare contro la scelta scellerata di non allearsi con l’URSS perché era meglio il Nazismo: era meglio l’oppressione piuttosto che il pericoloso ideale di liberazione (per quanto, ahituttinoi, forse solamente ideale in quel dell’URSS degli anni Trenta).
Ora siete sporchi voi.
Elevare monumenti ai vari Colombo, Montanelli, Churchill significa celebrare i fondatori di una civiltà che ha portato più guerre che paci. Significa continuare ad onorare il racconto che il mondo possa essere armonico e pacifico grazie all’espansione del commercio, alla conquista violente di nuove terre, all’abnegazione per gli sforzi bellici. Significa, sostanzialmente, dire che il mondo va bene, perché nonostante tutto oggi anche la maggioranza può indossare le scarpe Nike, dal momento che è universalmente noto che morire di coronavirus nei ghetti e nelle favelas con le scarpe Nike al piede è sempre meglio che morirne senza.
La storia che ci raccontate, ci stanno dicendo i nuovi ribelli, non è quella vera, e noi la abbatteremo in favore di una nuova storia. La storia vera è un’altra. Noi abbiamo già le nostre statue, i nostri simboli, i padri della nostra civiltà. Mandela, Floyd, i martiri del Mediterraneo, i futuri combattenti per la liberazione sono i fondatori della nostra civiltà. Noi celebreremo ovunque ci sia lo sforzo di liberarsi dall’oppressione. La nostra storia va ancora scritta: la vostra è perduta. Essa fonda su una cosa: l’esigenza di liberare il mondo.
La vecchia talpa scava.

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