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L’ultima lettera

Cara, la nostra storia è finita da mesi e non abbiamo avuto il coraggio di parlarne. Ti ho vista sempre più stanca, annoiata, distante come se la sola mia presenza ti rendesse difficile respirare. Avrei voluto dire qualcosa, ma quando bisogna usare le parole non ne sono mai capace. Sono troppo silenzioso per i tuoi gusti, troppo accondiscendente, troppo tranquillo. Lo sapevo da sempre, ma pensavo – vedi alle volte quanto si diventa ciechi – che le nostre differenze non sarebbero state un problema. La tua irruenza mi è sempre piaciuta, quella forza di farsi forza in ogni momento. L’imbarazzo con il quale alle volte ti guardavo, ti infastidiva. Per me era soltanto il modo per dichiararti tutto il mio amore. Non ha funzionato, non è questo ciò che cercavi. Mi spiace soltanto non aver saputo fare di più e non essere stato diverso. Sono come sono, fatto male.
Mi sembra superfluo dirti che lascio la casa, ci sarebbero poche cose da recuperare ma preferisco affidarle a te. Qualche libro, leggilo, poi magari spediscilo al numero 7 di via Torino, La Spezia, 19122. Si tratta dell’indirizzo di un albergo, ma forse te lo ricordi. Lì abbiamo trascorso la prima notte insieme. Ci resterò il tempo sufficiente per capire dove andare. Non che questo ti riguardi, non credo tu abbia voglia di venirmi a cercare. Questa lettera non cancella gli ultimi due anni trascorsi insieme, ti amo e non voglio che tu sia triste.

Tuo, sedici marzo millenovecentonovantanove

Lui aveva scritto questa lettera dopo che lei era uscita di casa per andare in ufficio. Si erano svegliati come sempre, un bacio, poi lei si era chiusa in bagno a prepararsi e lui aveva preparato del caffè. Di solito era lui che restava in casa, lavorava per corrispondenza, mentre l’altra trascorreva la giornata in una stanza al settimo piano di un palazzo di vetro uguale a tanti altri. Avrebbe avuto tutto il tempo di scrivere la lettera, lasciarla sul tavolo in soggiorno, raccogliere le cose più importanti, andare in stazione e prendere il treno. Lei non sarebbe tornata prima di sera. Sarebbe rientrata quando lui era già in albergo, avrebbe letto quelle poche righe e avrebbe potuto piangere, o ridere, da sola. Senza la sua presenza ingombrante. Aveva programmato già tutto da una settimana. Farle trovare una lettera era l’unico modo per chiudere questa relazione.

Quella mattina lei si era preparata mentre lui preparava il caffè, si erano dati un bacio e si erano salutati come sempre. Lei sarebbe corsa in ufficio e lui sarebbe rimasto a casa, probabilmente alla scrivania, a correggere l’ennesimo articolo. Di solito rientrava e lo trovava ancora immerso tra le carte, ma quella sera no. Conclusa la giornata in ufficio, infatti, non sarebbe tornata a casa. Aveva programmato già tutto da una settimana. Aveva una valigia in auto e tanto le bastava. Prima di uscire gli aveva scritto qualche riga per poi consegnarle al postino che passava a metà giornata a ritirare tutte le lettere degli impiegati. Non c’erano mai state lettere personali da spedire. Lei si assicurò che il postino corresse a consegnarla subito. Non voleva perdere tempo. Altro tempo. Le sembrava di averne rubato già troppo a quella relazione.

Caro, la nostra storia è finita da mesi e non abbiamo avuto il coraggio di parlarne. Ti ho visto sempre più annoiato, stanco, distante come se la sola mia presenza ti rendesse difficile respirare. Avrei voluto dire qualcosa, ma quando bisogna usare le parole non ne sono mai capace. Sono troppo rumorosa per i tuoi gusti, troppo decisa, troppo irrequieta. Lo sapevo da sempre, ma pensavo – vedi alle volte quanto si diventa ciechi – che le nostre differenze non sarebbero state un problema. I tuoi silenzi mi sono sempre piaciuti, quella tranquillità che rendeva tranquillo ogni momento. La disinvoltura con la quale alle volte ti guardavo, ti inquietava. Per me era soltanto il modo per dichiararti tutto il mio amore. Non ha funzionato, non è questo ciò che cercavi. Mi spiace soltanto non aver saputo fare di più e non essere stata diverso. Sono come sono, fatta male.
Mi sembra superfluo dirti che lascio la casa, ci sarebbero poche cose da recuperare ma preferisco affidarle a te. Qualche libro, leggilo, poi magari spediscilo al numero 7 di via Torino, La Spezia, 19122. Si tratta dell’indirizzo di un albergo, ma forse te lo ricordi. Lì abbiamo trascorso la prima notte insieme. Ci resterò il tempo sufficiente per capire dove andare. Non che questo ti riguardi, non credo tu abbia voglia di venirmi a cercare. Questa lettera non cancella gli ultimi due anni trascorsi insieme, ti amo e non voglio che tu sia triste.

Tua, sedici marzo millenovecentonovantanove

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