Voci

Protrettico letterario

Oggi è difficile sostenere che la letteratura abbia un ruolo principale nel palcoscenico delle arti, sembra piuttosto relegata a una posizione ancillare. La gerarchia delle arti viene spesso stabilita dalla quantità di ricchezza che quell’arte riesce a catalizzare, così il cinema nella sua generalità muove più soldi di quanto faccia la letteratura, così senza dubbio l’architettura e alcune superstar dell’arte visiva e figurativa. Partendo dal presupposto che l’arte non dovrebbe essere analizzata solo come merce, ovvero come un mero bene economico trasportabile, in quanto oggetto di scambio commerciale, noi sosteniamo che la letteratura rimanga ad oggi la più alta forma di espressione artistica che l’uomo sia riuscito a darsi e questo perché lì vi è la manifestazione della particolarità interiore nella sua forma più pura. Non che questo non avvenga anche nelle altre arti, ma la letteratura ne è l’espressione più compiuta e alta, anche quando la fotografia o il cinema hanno consentito una rappresentazione perfetta dell’orizzonte sensibile della vita, con squarci verso l’interiorità vertiginosi; rimane tuttavia che la mimesi della vita interna e dei rapporti tra gli esseri umani e le forze che li attraversano trova il suo luogo di massima espressività proprio in quest’arte considerata dal mercato secondaria.
Una delle caratteristiche uniche della letteratura è la sua possibilità infinita di raccontare qualsiasi cosa in qualsiasi modo con l’unico vincolo di porre al proprio centro la singolarità degli individui, questo anche quando si tratta di un attacco al concetto stesso di centralità, come può avvenire in Dos Passos, le cui concezioni anarchiche si rispecchiano nelle strutture narrative, o nei postmoderni come Pynchon, Gaddis, Borges o Calvino (tanto per citare nomi celebri). La letteratura vuole riprodurre la dispersione minuta, atomica e anomica tramite una selezione di oggetti ed esistenze tra tutto ciò che esiste e l’individuo che legge. Non sarebbe che una sorta di introiezione della frammentazione del mondo capace di agglutinare le differenze dei singoli in un sistema condiviso e interiore. Per questo motivo consideriamo la letteratura la più alta forma educativa all’empatia e alla democrazia. Leggere molto, sia opere storicamente rilevanti, che romanzi nati indirizzandosi alla propria mercificazione, in parole povere leggere qualsiasi cosa non rappresenta solo un momento di intrattenimento, ma anche una vera e propria Paideia, ovvero un percorso formativo non solo inerente l’istruzione, ma anche l’etica, la spiritualità e l’evoluzione psicologica. Un popolo che legge poco non solo è ignorante, ma è anche immorale, interiormente vuoto e infantile. Chiaramente qui il discorso si pone su un piano generale, ma non esiste descrizione più importante che l’uomo sia riuscito a dare, per esempio, della complessità sociale o della divisione del lavoro che quella data dal romanzo, quindi gli economisti, per esempio, dovrebbero leggere romanzi per capire in modo coscienzioso ed evoluto come si muoveranno i mercati. Lo stesso dicasi della malattia mentale o della schematicità dei “normali” per gli psicologi o per il marketing. Lo stesso dicasi per qualsiasi altra applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta a un prodotto di utilità individuale o generale.
Non bisogna dimenticare che la letteratura è una particolare prospettiva relativistica che potremmo sintetizzare sostenendo che ogni libro è un mondo a sé, finirlo implica approfondire quel piccolo frammento di universo, iniziare un nuovo libro significa iniziare a conoscere un nuovo frammento. Passare da un frammento all’altro produce una messa in prospettiva sul significato e sulla centralità del nostro ego in relazione agli altri, ovvero la scoperta della relatività della nostra persona tramite l’educazione all’osservazione e all’ascolto della vita altrui. Saper ascoltare e guardare gli altri è il punto di partenza, ovvero è necessario ma non sufficiente, per avere una società realmente democratica, inclusiva e giusta.
Io non credo che la letteratura sia la panacea a tutti i mali, ma sono sicuro che chi legge saprà almeno quali sono i veri mali della sua epoca: la letteratura è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso.

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