Prose

Elisa

Sono qui. Esisto mentre tutto frana. Io frano e il mondo è stabile e indifferente. O forse il mondo si è disintegrato e io sono una sopravvissuta, un fantasma morto che si aggira tra i vivi e ignora la sua sparizione. Non lo so. Io non so più niente. Niente a cui ancorare un frammento di certezza.
Mi resta solo il nome. Queste tre sillabe che sono me per gli altri e non per me. Tutto comincia con un nome. Una persona che diventa quel nome. Tutto comincia con una linea tracciata da altri. Noi possiamo solo entrarci dentro a quel solco, aggiustarcelo addosso, rivestire la pelle di un nome che non abbiamo scelto. Possiamo soltanto sforzarci di diventare quel nome.
Ognuno lo riveste di aspettative, lo carica di racconti a cui disperatamente proviamo a corrispondere. Ognuno ha un significato per quel suono. Continuo a stupirmi quando mi chiamano. Come se fosse il nome di un’altra. Come se il nome vivesse di vita propria e non fossi proprio io. “Elisa…” ed io esito prima di girarmi. Questo suono lieve, questa musica breve è un’astrazione regalata all’aria dalla voce, non sono io, non è questo corpo che occupa uno spazio e una storia. Mi ci sono abituata come a una casa. Non sarò mai aderente alla leggerezza del mio nome. Ci sto dentro come a un abito che non si sfila. Mi guardo allo specchio e mi dico “Tu sei Elisa”.
Mi osservo e vedo un’estranea. Ci parlo, in mente. “Tu sei me?” le chiedo. La scruto. Ha i capelli sottili che cadono oltre le spalle, di un colore indefinibile, forse castano. Ma che colore è castano? Ha gli occhi grandi che si attorcigliano cercando una risposta. Sono stupiti. Con una malinconia infantile dentro, in profondità. Lampeggiano a ondate. Ha le orecchie grandi, attaccate alle tempie, come ali ossute in miniatura. Deglutisce, perplessa. Distoglie lo sguardo. Mi stranisco. Chiudo i pugni, facendo pressione per sentire che quel corpo è proprio il mio.
Le mie compagne si fingono felici. Io lo so. Me ne accorgo dai tagli sulle braccia che tentano di nascondere. Dai pianti isterici, senza motivi apparenti. Dalle foto che mettono in Instagram, per attirare l’attenzione facendo le sexy. Giocano a mostrarsi disinvolte. Cercano solo qualcuno che gli dia un po’ d’amore. Qualcuno che giustifichi la loro esistenza e gli dica “vali qualcosa”. Fanno finta di sapere tutto sul sesso e hanno soltanto paura. Qualcuna lo fa per davvero. E finge che sia bello. Qualcuna si concede a tanti, senza esitazioni, perché così si sente desiderata. Poi questi corpi spariscono e lasciano solo le calunnie nei corridoi della scuola. Mi chiamano “la suorina” perché a quindici anni non ho dato ancora neppure un bacio con la lingua, quello vero. Ho timore e pure un poco schifo. Molte si sentono bruttissime: ognuna odia una parte del suo corpo. Chi non ha un seno abbondante, chi troppo abbondante. Chi ha i fianchi che sembrano un piroscafo, chi li ha stretti come canne di bambù. Bocche sottili come linee, bocche carnose come canotti, capelli troppo ispidi o spaghetti scotti, cosce chiatte come hamburger e cosce stecchine come shangai. Molte hanno i genitori separati, come me. Hanno sofferto. Si sono sentite rifiutate e abbandonate. Io no, io ho provato l’ebbrezza della liberazione quando i miei si sono lasciati. Mi asfissiavano le loro urla stridule, i volti stravolti. Le meschinità che si gettavano addosso assieme agli insulti ingolfavano l’aria, ogni giorno. Non respiravo più. A differenza delle mie compagne, io so che non avevo colpe, ero innocente.
Cosa testimoniano questi adulti intorno a me? Cosa dicono? Chi sono? Vestono come teen agers, si rifanno, stanno in rete ipnotizzati più dei figli, blaterano parole in cui non credono più, delusi, disincantati, avidi, tristi sputano sentenze sulla vita da vite devastate, stanno dentro a un mondo massacrato, passivi e complici, e intimano a noi di salvarli, ma non ci credono, siamo troppo superficiali e inutili per loro. Non credono in niente, meno che mai in adolescenti a cui hanno preparato il patibolo mentre gli sputano addosso doveri e massime che loro non hanno mai rispettato.
Sono tutti uguali. Quelli reali e quelli in tv. Sono brutti e spenti. Sono finti e vuoti. Mi dicono che mi passerà, che il disagio che sento finirà con la crescita, come se la sensibilità fosse una malattia dell’adolescenza, che evapora con l’età. Come se la giovinezza fosse una febbre che verrà sedata dal torpore. Mi lasciano intendere che diventerò come loro, che tutto si spegnerà e starò bene.
Le mie compagne scrollano compulsivamente Tik Tok: gente che balla senza motivo, che urla cose incomprensibili, che parla con la didascalia sotto, che agita il culo e le tette, che insulta qualcuno noto solo a lui, che racconta fatti privati come pubblici, che prepara dolci improbabili, che è semplicemente mostruoso.
Le mie compagne aprono Instagram sotto al banco, mosse da un impulso automatico e irrefrenabile: frammenti di vite brillanti, di aperitivi colorati in locali cool, di concerti di trapper, di vacanze memorabili, di isole esotiche, di viaggi indimenticabili, di opere d’arte da sfondo al selfie. Le mie compagne mettono i cuoricini e sorridono trasognanti.
Questo sentimento di essere sempre fuori luogo e fuori tempo è il sintomo della mia patologia? Sono malata. Sarà una tara del sistema nervoso. Un’ereditarietà che si perde nella nebbia delle generazioni. Sono un’ombra a sé. Mi ritrovo nella folla dei corpi ma sono in disparte, ai margini, non ho consistenza reale. Non so vivere perché mi interrogo mentre vivo. Non so aderire alla realtà e ai suoi moti come fanno tutti intorno a me. Tutti si agitano, io sto ferma. Forse anche loro sentono questa crepa dentro ma tentano di riempirla con le proposte del mondo, io no, la contemplo. Lo so che non sono felici eppure hanno una risposta all’infelicità, si illudono o fingono. Per loro sono scomoda perché sto in silenzio. Osservo incantata e loro si sentono a disagio. Molte mi evitano e forse fanno bene. Io non so essere di compagnia. Io amo parlare. Piango da sola, quando so di non essere vista. Piango e mi conforto, senza riuscirci. Chiedo alla ragazza dello specchio “cosa ti è successo?”. Lei non lo sa, questo le è successo. Dice solo “perché a me”. Vorrei farle una carezza e dirle che la comprendo ma le lacrime mi sopraffanno come se fossero inesauribili.
Ad oggi, 24 dicembre, nel 2023 in Italia sono state uccise 106 donne da uomini.
Accadrà anche a me? Crescerò, non sarò più una ragazzina che non sa niente, una problematica adolescente con domande irrisolte nella testa, diventerò una donna che forse ancora cerca un senso alle cose e un maschio deciderà di togliermi la vita, trucidandomi?