Recensioni

J-card di Laura Scaramozzino: il cibo come metafora del male

Nel mondo distopico di J-card, scritto da Laura Scaramozzino per 256 Edizioni, la linea che separa ciò che è bene da ciò che è male è da un lato netta, precisa, dall’altra fluttuante e indefinita. L’anelito alla definizione del negativo difatti si configura sotteso alla narrazione, sebbene coloro che sono risucchiati da questo baratro non siano essi stessi immacolati. Nel racconto lungo (o romanzo breve) si addensano, pagina dopo pagina, inquietudini, timori e sofferenze, ambiguità e non detti. La protagonista, Adele, porta su di sé i vuoti incolmabili della sua esistenza: la magrezza e gli incavi del suo corpo sono contigui con l’impossibilita di realizzarsi compiutamente. Adele è infertile, non potrà mai sentire dentro di sé un altro corpo e il battito di un altro cuore. Il lettore si addentra, dunque, in questo dolore, che traccia segni indelebili nella vita smarrita di questa donna, la quale vivrà sopravvivendo alle proprie mancanze e a un amore vano e nocivo.
La società configurata in J-card distingue chi possiede la tessera J da chi invece è possessore della tessera H; dove, presumibilmente, J sta per “junk food” e H per “health”. Difatti, la “J-card” è attribuita al più basso strato sociale che si nutre del cibo spazzatura dei fast food, quello che fa dilatare i corpi e occlude le vie del respiro; al contrario, le fasce sociali più elevate conducono un’alimentazione sana, corretta, regolata, che snellisce, illumina e dà equilibrio ai corpi, un’apparenza di salute. Le tessere sono il velo dell’ipocrisia e del mistero, dietro il quale si cela una verità che non può svelarsi e che condanna il lettore al dubbio e all’incertezza. Il clima di ambiguità pervade tutta l’opera, ne è il nutrimento, come accade ad esempio leggendo della discutibile relazione che Adele intreccia con un bambino, Francesco, solo e in possesso della J-card, il quale sarà accolto da Adele diventando per lei l’unico senso, il centro della sua vita, fino all’ossessione e alla morbosità.
I drammi individuali si incardinano dentro a un orizzonte generale apocalittico, le vite disperate dei protagonisti si muovono all’interno di un mondo deragliato, dove la disumanità è una prassi politica. Soltanto nella relazione tra due esseri nudi, fragili, feriti si intravede una possibilità, un barlume di prospettiva che salvi un brandello di umana solidarietà. Eppure la visione dell’autrice non concede nulla alla consolazione, alla facile retorica dei sentimenti; la negatività, l’oscurità, l’ambivalenza sembrano impossessarsi e innervare anche la relazione tra i “puri”, Adele e Francesco. I protagonisti di J-card scontano una colpa originaria che sta nelle loro stesse vite fin dall’inizio, che si annoda nel dipanarsi dell’esistenza, nella sua stratificazione di fallimenti e di dolore. Per Scaramozzino la possibilità di redenzione appare utopica, i grovigli che si sono arrotolati nelle esistenze, spesso alimentandosi a catena, finiscono per strozzare coloro che ne sono portatori e che, dimenandosi, finiscono per stringere la morsa. Così come non sembra esserci via di riscatto per un mondo che ha reso gli individui meri contenitori biologici, privi di ogni anelito all’autocoscienza, alla libertà, al desiderio spirituale. Il mondo di J-card è una metafora distopica del nostro tempo che ha svuotato l’umanità di ogni slancio all’alterità, al possibile, al rivoluzionario condannandola a una passività sedata in cui gli esseri divengono corpi, salvati o dannati.
Le parole limpide e taglienti di Scaramozzino ci conducono in un mondo gelido e perturbante, dal quale non vi è via di scampo né possibilità di tornare indietro.
La prosa dell’autrice non cede mai al compiacimento e resta aderente alla materia in modo secco e chirurgico, tanto da dare connotati di spietato realismo a una storia che di fatto è un simbolo e un urlo esistenziale.