Prose

Le assenze

Non avere un Dio
non avere una tomba
non avere nulla di fermo
ma solo cose vive che sfuggono –
essere senza ieri
essere senza domani
ed acciecarsi nel nulla –
– aiuto –
per la miseria
che non ha fine –

Antonia Pozzi

Non sapevo dove sarei andata a finire. Avevo l’impressione che qualcuno stesse trattenendo il mio respiro in pugno e che semmai avesse spalancato i palmi delle mani, avrei riacquistato la vita e per me sarebbe ancora esistita la libertà. Incosciente, quasi ebbra, procedevo a passi cadenzati e nervosi, misuravo i giorni in gesti febbrili, mi illudevo che la mia esistenza potesse svolgersi ed esaurirsi con apparente e falsata calma, scavando trincee emotive nella mia pelle, livida come un campo di battaglia. Avevo perduto i piaceri consueti, la luce si accasciava su di me languida e al mattino, con un movimento inconsulto delle mani, mi scuotevo il viso come per scacciare una mosca venuta a ronzare intorno alla testa, svegliando i pensieri. Non rientravo nei tempi che mi erano richiesti e indossavo sciattamente la vita, un abito logoro in cui mi perdevo; mentre io smagrivo sotto il suo tessuto pesante, lei avanzava, si estendeva e cresceva sotto l’illusione dei miei occhi. Trovavo collocazione in uno spazio intermedio tra il pieno e il vuoto e ogni giorno, oscillando, venivo sospinta prima da un lato, poi dall’altro. La voragine a cielo aperto che mi abitava, d’un tratto si riempiva e trascorrevo ore quasi immobile, per timore che se avessi fatto un passo in più, come l’acqua in un bicchiere pieno fino all’orlo, tutto il dolore sarebbe uscito fuori.
L’abbandono è avvenuto nel silenzio. Sapevo di essere sola, ma non ricordo quando accadde e come, perché. Fu una consapevolezza graduale. A poco a poco il suolo si spaccava sotto ai miei piedi e un immenso vuoto mi separava da loro. Spaurita, indietreggiavo per non farmi inghiottire e guardavo figure che credevo sarebbero restate vicine e nitide per sempre diventare punti materiali quasi impercettibili e inabissarsi nell’incomunicabilità, fino a perderne del tutto le tracce. Compresi di essere in un destino in cui di rado avrei capito: per un tempo lunghissimo avrei cercato risposte laddove c’era solo il silenzio; mi sarei lacerata le nocche bussando con disperazione incessante a tutte le porte e mi sarebbe restato solo l’eco dei miei colpi nel vuoto ad accompagnare in futuro ogni passo, ogni gesto, ogni sguardo. Mi sentivo un essere mancante. Mi difendevo accettando quella solitudine subita e non scelta. Non volevo tornassero, chiedevo di avere indietro me stessa, le mie fragilità, le mie paure, le mie intime confessioni. Mi sentivo in pericolo nelle mani degli altri e non c’era possibilità di salvezza. Non sapevo più chi ero. Il riflesso che incontravo a casa nello specchio del bagno, nei camerini di un negozio da cui sarei uscita a mani vuote, in strada nei finestrini delle auto, non sapeva parlarmi. Mi interrogavo, guardandomi severamente; parlavo con gli occhi a quel volto segnato. Forse dovevo dimenticare chi ero stata. Non ero più mia.